Il critico d'arte dedicò alla nostra terra «Sicily revisited» e «Voyage en Sicile» La Sicilia si presentava agli occhi del critico d'arte Bernard Berenson (1865-1959), come un'unica e sorprendente opera d'arte davanti alla quale lo stato di delizia che provava gli veniva quasi sciupato "dall'intima disperazione di non riuscire a farla, nell'insieme e nei particolari, un sicuro possesso del quale disporre, quando ne prenda desiderio, per goderne di nuovo". Aveva 88 anni quando venne per l'ultima volta nell'isola, nella tarda primavera del 1953. Di origine lituana, emigrato negli Stati Uniti e laureato all'università di Harward, grazie ad una borsa di studio si recò a perfezionarsi a Berlino, Dresda, Budapest, finché venne in Italia, stabilendosi definitivamente a Settignano, vicino Firenze. Affascinato dall'arte italiana, si dedicò alla storia dell'arte, in particolare a quella del Rinascimento. Influenzato dalla teoria della percezione, mise in rilievo i "valori tattili", fu profondo conoscitore degli artisti minori di tutte le epoche, rivide e mutò molte errate attribuzioni e benché amante del classico, apprezzò l'impressionismo. Alla Sicilia dedicò nel 1955 "Sicily revisited" stampato a New York, tradotto da Juliette Charles Du Bos in francese sempre nel 1955 "Voyage en Sicile" e tradotto infine in italiano dal manoscritto originale da Arturo Loria col titolo "Viaggio in Sicilia". Non era la prima volta che Berenson veniva in Sicilia. Vi era già stato nel 1888, quando aveva ancora 23 anni, e una seconda volta nel maggio del 1908, vent'anni dopo, insieme alla moglie, a Carlo Placci e a Lucien Heuraux, un amico di Proust. A distanza di ben 45 anni dall'ultimo viaggio nell'isola, vi giunse questa volta in treno da Napoli il 19 maggio, con prima tappa Messina, principale meta del suo soggiorno, cui l'aveva indotto la mostra su Antonello. Ben poco era rimasto della Messina che visitò nel 1888, ma provò grande piacere alla grandiosa fontana del Montorsoli, "la più bella - scrisse - che in questo genere si veda in Italia o altrove; essa offre un repertorio di motivi michelangioleschi come non è trovabile altrove, quando si eccettuino i lavori di Michelangelo stesso". A Taormina, quando venne per la prima volta, l'unico albergo era una casetta dipinta in rosa proprio sotto al teatro Romano. "Che differenza con l'attuale caravanserraglio costituito dagli alberghi e dalle pensioni, che ora formano il nucleo della piccola città". Dal suo albergo una mattina osservò l'alba sull'Etna: "una calma senza suoni, eccetto quello vasto e subito spento della grande distesa del mare rompentesi al suo toccar la riva. Solo un poeta come Wordsworth, e nello stato d'animo che descrive nel suo sonetto sull'attesa della levata del sole sul Westminster bridge a Londra, avrebbe potuto comunicare, a coloro che non hanno visto quest'alba, ciò che essa significava per me, con la sua pura felicità visiva, con la sublime armonia e il solenne silenzio ch'io godetti tanto egoisticamente". E mentre guardava le case di Taormina, strette a grappoli entro il semicerchio delle sue colline, lo spettacolo lo riportava al ricordo del Mantegna, quel "Mantegna del Cristo nell'Orto della National Gallery di Londra o della Sacra Conversazione della raccolta Gardener di Boston". Anche i comuni più sperduti dell'entroterra siciliano furono oggetto della sua attenzione. "Quasi tutte le piccole città da noi sorpassate - scrisse - ma in special modo Regalbuto e Agira, sembrano da lontano formate a celle d'alveare, in favi piramidali o cornici, e man mano ch'esse si fanno vicine, le case appaiono costruite in pile come dadi posti l'uno sull'altro. Il fitto alternarsi di pareti al sole e di pareti in ombra presta loro una sfaccettatura adamantina, che avrebbe dato gioia all'occhio di Cézanne più di qualsiasi altra visione di questo carattere offertagli dalla sua Provenza, esclusa, forse, quella di Les Baux". Ad Enna avrebbe voluto restare più tempo, definendola un luogo ideale per trascorrervi giorni e settimane se vi fosse modo di alloggiarvi più comodamente: "città tanto superbamente situata da farmi ritenere che per la sua stupenda posizione superi Edimburgo, Toledo, Siena, Perugia e tutte le altre città in vetta a un colle ch'io conosca in Europa e nel mondo mediterraneo non europeo", come pure il teatro neoclassico di Vittoria definito "uno dei migliori che in questo stile si possa vedere in Europa". Diversa gli apparve la Siracusa d'oggi, ma immutati erano il lungomare e le deliziose terrazze che portano alla fonte di Aretusa piena di papiri (a parte la novità della sua notturna illuminazione al neon), "per me congiunta sempre con l'evocativa poesia di Shelley - commentò - il cui canto s'inizia con i versi indimenticabili: Arethusa arose from her couch of snows in the Acroceraunian mountains". Ai templi di Akragas, il sole era al tramonto, trasfigurava le colonne di quelle strutture semplici ma armoniosamente proporzionate, come se emanassero una interna luminosità della pietra, e in quell'occasione non esitò a commentare che "in nessun luogo della Grecia vera e propria, eccetto che al Partenone, si riesce ad avere una simile evocazione del mondo ellenico". A Selinunte, invece, "solo un prosatore altamente dotato potrebbe dare un'adeguata immagine di questo luogo, comunicare le emozioni e le evocazioni che suscita nel riguardante; o, meglio ancora, un grande poeta elegiaco della statura di un Leopardi, di uno Shilley, di un Keats". La prima apparizione del tempio di Segesta si ha dalla strada maestra, ed è molto romantica per la solitudine in cui esso riposa; "tuttavia appare di là troppo piccolo per influenzare con l'ordine della sua struttura architettonica il paesaggio circostante, come invece si sente quando gli siamo vicini. Nell'insieme è opera che produce una forte impressione, che afferma il raziocinio e l'intelligenza chiarificatrice dell'uomo tra le forme confuse, l'indifferenza e l'anarchia della natura". Dopo Palermo e Monreale, dove l'effetto complessivo dei mosaici gli apparve così stupendo, così ultraterreno che "si capisce come coloro che vi si congregavano nel medioevo non potessero fare a meno di considerarla visione anticipante del Paradiso", con una salita sul monte Pellegrino, durante una splendida mattinata, concludeva il propria viaggio, e il maestro non poteva fare a meno di attestare la sua tristezza per dover lasciare "così grandiosa e impareggiabile bellezza" che "se soltanto uno potesse impadronirsene e serbarla entro di sé, sarebbe un dio". 28082011