Napoli - Luciano Fabro, torinese, 68 anni, è uno degli esponenti di punta dell'Arte Povera, uno dei movimenti più importanti della seconda metà del Novecento, ormai riconosciuto internazionalmente tanto che da poco gli ha dedicato una mostra anche la Tate Modern. Da questa mattina Luciano Fabro domina la napoletana piazza del Plebiscito in occasione del tradizionale appuntamento di fine d'anno che vuole il cuore della città "occupato" dall'opera di un artista di chiara fama. Qui dunque presenta Italia all'asta che ripropone in maniera spettacolare uno dei temi del suo percorso artistico: l'Italia vista come immagine e luogo di conflitti storici e culturali ma anche di identità e di valori. Ecco dunque due "ritratti" dell'Italia di grande formato, alte entrambe quindici metri, una delle quali è capovolta. Si avvolgono intorno a un palo, un'asta che le sostiene e raggiunge i trenta metri di altezza, così che Nord e Sud si toccano e si uniscono. Alcuni cartelli segnalano i nomi dei tenitori e dei paesi italiani venduti nel corso della storia per motivi di volta in volta diversi, da Bronte a Nizza e Savoia, nonché i nomi delle grandi aziende privatizzate, che furono per decenni patrimonio pubblico, dall'Alfa Romeo all'Enel. Al contempo sul colonnato della chiesa della piazza campeggiano stendardi a cui si alternano 21 sculture in metallo, riproducono i segni più comuni del linguaggio della matematica. Una colonna sonora (a cura del musicista e musicologo napoletano Pasquale Scialò mentre l'operazione artistica è a cura di Edoardo Cicelyn) avvolge piazza Plebiscito con un concerto di suoni e rumori quotidiani. Questa è Italia all'asta, un lavoro molto forte, spiega Fabro, cominciato una quindicina di anni fa, per aprire un dibattito sul nostro paese «senza partire da giudizi», senza dimenticare che «attorno alla piazza nasce la città, attorno alla città nasce la mentalità, attorno alla mentalità nasce felicità e angoscia. Un artista mette in piazza mentalità, felicità, angoscia». Quest'opera è anche un intervento politico e vuol lanciare dei messaggi ai visitatori della città? «L'arte non lancia dei messaggi. Realizza dei ritratti. In questo caso ogni ritratto è un messaggio perché dovrebbe scoprire la natura più profonda dell'argomento trattato. Non c'è un impegno politico dell'artista. E' quasi una questione di lavoro, come quello che realizzavano i ritrattisti più classici. Non c'erano giudizi. Cercavano di vedere la realtà delle persone persino al di là delle apparenze. Personalmente ritengo che il giudizio reale coincida con la moralità ma non sovrintende alla morale». Più in generale a suo giudizio cosa sta avvenendo nel mondo dell'arte, c'è un momento di confusione e non c'è nulla di nuovo? «Il nuovo si vive e solo in un secondo momento si può recepire. La situazione generale dell'arte è difficile da individuare perché si è globalizzata. Si sono create tantissime isole, una specie di diaspora delle ipotesi artistiche che è anche pretestuoso pensare di controllare. Ma al di là di questo mi sembra che ci sia uno spostamento del centro: dal concetto di arte siamo al concetto di mercato. Questo ha tolto il senso, il significato dell'operare estetico. C'è un nuovo tipo di parametro. Ma ogni epoca ha avuto dei parametri collaterali. In passato l'avevano creati l'aristocrazia o la chiesa. L'economia appartiene a questo genere. Una volta si giudicava e si considerava l'opera in base al valore religioso o encomiastico. Soltanto con il tempo si possono recepire i valori». Questa forte presenza del mercato nella vita quotidiana l'artista l'avverte in modo pesante? «L'avverte in modo pesante soprattutto chi comincia, chi esordisce oggi. E' una macchina molto più grande della persona singola. La conseguenza comunque è che abbiamo un numero di artisti sempre minore mentre aumentano quelli di fama. E mi sembra che stia sparendo anche quella specie di popolo dell'arte, della fantasia, della creatività che è sempre stato una caratteristica del nostro mondo. Non solo. I collezionisti che oggi occupano il globo sono pochi e tutti vogliono le stesse cose. Salgono i prezzi ma gli artisti che possono stare in questo giro sono sempre di meno». Tutto questo si riflette sul lavoro e sull'impegno dell'artista? «E' un altro versante della stessa montagna». Si riflette anche sui mezzi che usa l'artista; il futuro è segnato dai video, dalla fotografia? «In ogni lavoro si aggiornano in continuazione i mezzi di produzione. E' quello che accade anche nel mondo dell'arte». Lei a Napoli presenta Italia all'asta ma a Firenze, alla galleria dell'Accademia, accanto al David ha esposto una sua foto, nudo, suscitando non poche polemiche. Perché? «Voleva essere un'immagine nuova. La questione che è in ballo lì, quella della tradizione, mi sembra che non sia stata toccata da nessuno. Magari hanno provocato più turbamento certe metafore, più del nudo».
Le due facce del Belpaese
Luciano Fabro, un artista torinese, ha presentato a Napoli la sua opera "Italia all'asta" in piazza del Plebiscito. L'opera è un ritratto dell'Italia vista come immagine e luogo di conflitti storici e culturali, ma anche di identità e valori. La mostra presenta due "ritratti" dell'Italia di grande formato, una delle quali è capovolta, e include sculture in metallo e una colonna sonora. Fabro spiega che l'opera è un intervento politico che vuole aprire un dibattito sul paese senza partire da giudizi. L'artista non lancia messaggi, ma realizza ritratti che dovrebbero scoprire la natura più profonda dell'argomento trattato.
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