Senza gli sgravi gli immobili della Chiesa porterebbero a Palazzo Vecchio 600 mila euro di imposte: ma la stima è del 2006 UN impero, ma in parte esentasse. Fatto non solo di chiese, conventi, monasteri, case di preti e perpetue o strutture per anziani, bisognosi e diseredati. Ma anche e soprattutto di appartamenti, ville come La Quiete e Lorenzi, terreni, coloniche, uffici, fondi, garage, foresterie, residence, ostelli e alberghi in Oltrarno, alle Cure e a Careggi, scuole enormi come quelle pie degli Scolopi e dei Salesiani, giardini. Che di fatto godono di un paradiso fiscale: non sempre pagano lIci, la tassa comunale sugli immobili sfruttando la norma di legge che consente lesenzione agli edifici di proprietà della Chiesa - e di decine di enti, istituti, congregazioni e confraternite - che non siano ad «esclusiva» destinazione commerciale. Un albergo «tout court» come villa Morghen a Settignano, di proprietà della Fondazione Beato Bernardo Tolomei, paga: 3 mila euro lanno, abbastanza poco, perché è un palazzo classificato come «storico» (è tutelato dalla Soprintendenza) e può godere delle agevolazioni ad hoc, che prescindono da quelle per i beni del clero. Paga pure la pensione delle suore francescane di piazza del Carmine, 21 di proprietà del Collegio missionario femminile San Francesco DAssisi, immobile-convento che però offre camere doppie a 70 euro con prima colazione: 12mila euro lanno. Paga lIci anche listituto diocesano per il sostentamento del clero che a Firenze possiede qualcosa come 1.800 case in gran parte tra San Niccolò e San Frediano: tra Ici e Irap quasi un milione lanno. Pagano gli Scolopi (120mila euro lanno per tutte le strutture intestate ai padri). Ma esistono decine di palazzi che godono totalmente di esenzione Ici nonostante ospitino almeno in parte attività ricettive, commerciali, scolastiche o di residenze sanitarie per anziani. Andando a creare una «zona grigia», un «sommerso» che, su un gettito Ici totale che per Firenze sfiora i 90 milioni di euro, è difficilmente stimabile: lultima indagine dettagliata fatta dal Comune nel 2006 parla di circa 600mila euro che si potrebbero recuperare se le esenzioni cadessero per tutti gli edifici della Chiesa, fatti comunque salvi quelli ad esclusivo uso istituzionale, cioè per il culto (le chiese compresi gli annessi come canoniche, chiostri e sagrati) e i servizi sociali in convenzione (mense, centri di assistenza e volontariato). Ma la mappa andrebbe aggiornata, perché le variazioni catastali sono allordine del giorno. E nemmeno Palazzo Vecchio è oggi a conoscenza delluso esatto che delle singole strutture della Chiesa viene fatto: le mappe non lo dicono, il piano regolatore non sempre è aggiornato, verifiche in loco non se ne fanno. Per ogni immobile, per sapere se paga o no e quanto, anche ai tecnici del Comune occorre una ricerca caso per caso nel data base del catasto. Così ad esempio viene fuori che per lex convitto della Calza, ristrutturato coi soldi del Giubileo del 2000 e ora diventato un affermato hotel e centro congressi, lEnte Arcidiocesi paga circa 9 mila euro lanno di Ici: cifra bassissima considerata lampiezza dellimmobile e la posizione. Ma possibile grazie al fatto che il palazzo è «storico». Per tutti i beni di sua diretta proprietà, lEnte Arcidiocesi presieduta da monsignor Betori paga circa 30 mila euro lanno (Calza compresa) al Comune. Tanto, poco? La consistenza del patrimonio è enorme: come probabilmente la quota di esenzioni di cui gode. (e. f.)