Due pamphlet raccontano la storia, prima torinese, poi fiorentina e romana, di un crocifisso osannato e ora finito nel cassetto di un museo Il «crocifisso di Michelangelo» è tornato a dormire il suo sonno tranquillo in un cassetto del Polo museale fiorentino. Quando ne uscirà, forse non sarà più «di Michelangelo», ma più modestamente di un qualche sconosciuto «legnaiuolo» fiorentino. Nel frattempo però il ministro Bondi - cioè tutti noi cittadini che paghiamo le tasse - ha versato allantiquario torinese Gallino tre milioni 250 mila euro, vale a dire sei miliardi e mezzo vecchio conio. La storia della statuetta in legno di tiglio - dipanatasi in gran parte sotto la Mole - è lesempio lampante di una gestione miope e «velinara» dei beni culturali, si tratti di arte antica o di quella contemporanea. E i due pamphlet, scritti da due docenti universitari quando il boom mediatico del crocifisso si è spento, raccontano la vicenda in maniera fin troppo pacata, dalla preparazione «scientifica» dellaffare al lancio sul mercato, dalla prima richiesta di diciotto milioni alle più «miti» pretese di tre e 250, dal palleggiamento di responsabilità fra sovrintendenti e ministri - non solo Bondi, sia chiaro - alla firma dellassegno, dalla tournée mondiale al tamburo di giornali e telegiornali. Fino al silenzio prudente, in attesa che lopinione pubblica si dimentichi della vicenda per esporre il povero crocifisso - pregevole manufatto quattrocentesco, pur non essendo di Michelangelo - in qualche museo defilato. Come unattricetta in disarmo finisce sulle tv locali, dopo essersi affacciata sugli schermi della Rai grazie a qualche santo in paradiso. A COSA SERVE MICHELANGELO? di Tomaso Montanari. Einaudi, 132 pagine, 10 euro COME SI DIVENTA «MICHELANGELO» di Claudio Giunta. Donzelli, 122 pagine, 13,50 euro