LA SOLITA curva,e immediato il senso del disordine. Capita nei giorni di quest'estate spuria, venendo giù da Pienza e addentrandosi nella Valdorcia con la sobrietà che si deve al paesaggio fatto arazzo. LA STRADA scorre via morbida come ogni volta, ma poi d'improvviso s'apre uno scorcio insolito. Destabilizzante. Lì ai piedi di quel casale abbandonato su un poggio - il sogno d'una vita dopo -, si diparte una colorazione inattesa, uno squarcio di diversità che frastorna. Un giallo rugginoso che ammanta le linee soffici e s'estende per tutto il mezzo giro di curva. Fino a che, scorgendo il casale, non viene finalmente individuato il punto fermo di sempre e allora lo spaesamento si contrae come un alone di fiato. Senza estinguersi, però. Bisogna scrollare il velo della visione inaspettata per capire di cosa si tratti. Sono girasoli. Distesi sulla collinetta come un'immensa tovaglia da picnic. Non solo lì. Anche in altri segmenti della campagna circostante. Ed è al cospetto d'esperienze come questa che s'arriva a scoprire il conservatorismo radicato dentro ognuno di noi, quella sensazione epidermica di disagio che affiora al solo notare una cosa fuori posto. Perché la presenza di quei girasoli, lì dove fino a meno di un anno fa non erano, insinua l'impressione balenante che quella lì non sia più Valdorcia. E certo è soltanto la sensazione di un attimo. Ma poi si ripete a ogni ripassare da quel punto, andando in su verso Pienza e ridiscendendo in direzione Spedaletto. Accompagnata dal fastidio verso chi abbia voluto disfare un consolidato equilibrio estetico soltanto per volontà di manipolazione. Come se non fosse già una manipolazione gigantesca la Valdorcia intera, una geniale riconversione in paesaggio estetizzato di quella che ancora a metà dello scorso secolo fu una delle zone agrarie più povere e depresse del paese. E come se un'altra e ancor più radicale manipolazione non fosse stata scongiurata nel XV secolo. Al tempo in cui Enea Silvio Piccolomini, passato alla storia come papa Pio II e inventore di Pienza, voleva realizzare proprio lì un grande lago artificiale che eguagliasse la portata del Trasimeno. E il raccapriccio assale, al solo pensiero di una Valdorcia sottacqua. Quella di destinare parte dei terreni alla coltivazione del girasole sarebbe soltanto una scelta di transizione. Determinata dalla necessità di concedere una stagione di riposo a terre stressate dalla coltivazione del grano. E in questo senso il girasole sarebbe meno impattante per i campi, una presenza gentile e capace di dare respiro. Dunque, quei girasoli rachitici - venuti su cagionevoli per via dell'irrisolta carenza idrica della Valle - sono null'altro che una fase di passaggio. Come una cartolina da Intervallo nella Rai anni Settanta, o come un pannello da lavori in corso. A rimanere intatti sono invece i nostri tic da animali simbolici, incapaci di subire una minima sbavatura nell'ordine percettivo senza scambiarlo per un disordine cosmico. Di quei tic, i paesaggi percepiti sono il riflesso più potente. E non basta una vita intera per mettersene al riparo.