L'Ana, associazione che riunisce gli archeologi professionisti lancia l'allarme dopo un servizio del Tg nazionale: "I volontari che lavorano nei cantieri rischiano di fare danni per incompetenza, i professionisti rimangono senza lavoro e fiorisce il business delle associazioni che chiedono agli appassionati anche 400 euro per una 'vacanza da Indiana Jones'. E lo Stato, mentre taglia i fondi, incoraggia questa pratica". L'intervista di Paese Sera In sottofondo la musica avventurosa di Indiana Jones, sullo schermo le immagini di giovani e meno giovani appassionati che, d'estate, diventano "turisti dell'archeologia". E' così che, a cavallo di Ferragosto, un Tg nazionale ha presentato il fenomeno dei volontari che operano negli scavi archeologici: come uno di quei servizi agostani sulle curiosità e le frivolezze, sulle vacanze alternative. Peccato che in Italia ci siano migliaia di archeologi professionisti, competenti e preparati, che restano disoccupati. Nel paese del mondo più ricco di tesori artistici, storici e culturali, solo il 3 degli archeologi è assunto nel settore pubblico. E quando lavorano sono pagati 8 euro l'ora. Sanno fare il loro lavoro soprattutto non rischiano di danneggiare le opere che rinvengono ma non glielo permettono. E le associazioni guadagnano mettendo nei cantieri dentisti, imprenditori o impiegati che vogliono passare una vacanza diversa. La messa in onda del servizio del Tg2 ha scatenato però le reazioni indignate dell'Ana, Associazione Nazionale Archeologi, impegnati da anni a tutelare una professione sconosciuta ai più e comunque priva di un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato. Paese Sera ne ha parlato con Astrid D'Eredità, membro dell'Ana, che ha persino sfruttato il potere del social network per protestare contro la distorsione mediatica e difendere i diritti della categoria. Provocatoriamente, hanno aperto una pagina dal titolo "Archeologi professionisti aprono studio dentistico di volontariato" e le loro rimostranze sono arrivate fino in Cina che ha dedicato loro un servizio televisivo. In Italia, però, in pochissimi hanno percepito l'importanza del problema. Come funziona il lavoro dei volontari negli scavi archeologici? E' vero che pagano per lavorare nei cantieri? Io ho iniziato l'università nel 1998 e già allora c'erano tantissime associazioni che gestivano il lavoro dei volontari negli scavi. Solo a volte dentro ci sono degli archeologi, spessissimo sono composte da semplici appassionati che hanno fiutato il business delle concessioni della sovrintendenza e chiedono intorno ai 400 euro a ogni volontario interessato a lavorare negli scavi. Un costo calcolato, che serve anche a pagar loro vitto e alloggio, ma che ha incentivato la visione del lavoro di scoperta e tutela dei beni culturali come simile a una vacanza. Quali sono le conseguenze negative di questa pratica? Sono diverse, tutte gravi. Intanto si corre il rischio che vengano fatti danni, perché gli appassionati che mettono mano agli scavi dovrebbero essere sempre supervisionati da archeologi di professione, ma non sempre è così. Ed è evidente il pericolo di mettere in mano a degli sprovveduti il nostro più importante patrimonio. Poi si toglie lavoro ai professionisti. A noi archeologi 'veri', che abbiamo studiato come minimo 7 anni per diventarlo, fa paura vedere tanti scavi esclusivamente in mano ai turisti, e la cosa più grave è che questo rappresenta una scusa per lo Stato: purché si scavi, e con il minimo impegno economico possibile, secondo loro va bene tutto. Invece gli scavi devono essere fatti secondo criteri scientifici, che si sono anche evoluti negli anni: oggi l'archeologia preventiva permette di stabilire in anticipo i problemi possibili negli scavi ed evitare che si sprechino soldi e si blocchino i lavori. Chi ci guadagna, dunque? Innanzitutto le associazioni, che si fanno pagare dai volontari. Abbiamo addirittura avuto una segnalazione dalla Calabria secondo cui vorrebbero affidare il 100 degli scavi agli appassionati ed escludere del tutto i professionisti dai cantieri. In tempi di crisi e di tagli, allo Stato non sembra vero trovare una soluzione così facile. Eppure non è così ovunque. Assolutamente no. In Grecia, un paese in piena crisi, i principali ruoli della Sovrintendenza sono assegnati ai giovani intorno ai 35 anni e ultimamente sono state realizzate opere meravigliose, come le stazioni-museo della metro di Atene e Salonicco. Da loro la professione archeologica è molto più tutelata, e nessuno lavora gratis. Lo stesso avviene anche in Francia. Invece da noi il sovrintendente di Roma Umberto Broccoli sostiene addirittura che "lo scavo archeologico deve essere limitato al minimo perché è troppo dispendioso", e lo Stato investe nei Beni culturali lo 0,23 del Pil, a fronte del 3 della media europea. Cosa sta facendo l'Ana per contrastare questi fenomeni? Ci muoviamo su diversi fronti: cerchiamo di dare visibilità alla nostra categoria cercando di farne capire i problemi. La nostra pagina su facebook che cita i dentisti è una provocazione, ma vogliamo si capisca che, se un dentista esercita abusivamente la propria professione, giustamente passa seri guai, mentre per un appassionato è quasi un diritto improvvisarsi archeologo. Vogliamo creare una coscienza di categoria e nella pratica effettuiamo un monitoraggio sui bandi e gli esiti di gara per segnalare i molti iniqui. Abbiamo bloccato un bando a Taranto, e solo 10 giorni fa abbiamo fatto riaprire un bando in Val Camonica perché gli scavi erano aperti a tutti, tranne che agli archeologi. E poi abbiamo un progetto di genere: secondo un censimento in Italia il 70 degli archeologi è donna, ma dopo 10 anni dall'entrata nella professione cala il numero delle donne. Ne abbiamo parlato anche a Siena a luglio. di Michela Greco Cultura e spettacolo