Alzi la mano chi di voi è stato a Cuma. Cuma che venne fondata nel 725 avanti Cristo da Megastene di Calcide, secondo Strabone, e forse con l'appoggio di un contingente eolico guidato da Ippocle di Cuma nell'Eubea. Cuma, l'antica polis che superò l'emporio ben più antico di Pithecusa, l'isola delle scimmie, e cioè Ischia, dopo esser stata fondata. Furono i cumani, secondo Lutazio Catulo, a distruggere Palepolis e fondare poi Neapolis, di cui gli antichi resti sono sepolti dietro piazza del Municipio. Oggi a Cuma, anzi sui resti dell'acropoli sublime con le rovine del tempio di Giove, del tempio di Apollo, affacciate sul capo Miseno, e costellate da lapidi coi versi del VI libro del-'Eneide, troverete solo una manciata di turisti: un romano a torso nudo con fidanzata locale, una coppia di americani, una famigliola francese. Eppure, è uno dei luoghi più suggestivi d'Italia, anzi d'occidente. Se i turisti lo trascurano, pensavo l'altro ieri mentre lo visitavo con un Virgilio d'eccezione come Carmine Romano, giovane classicista della scuola di Ettore Lepore dottorando con Maurizio Redini, è che ormai incombe su di noi la disalfabetizzazione. Nessuno sa più niente del culto di Apollo, delle profetesse che ne trasmettevano i messaggi, della famosa Sibilla menzionata da Eraclito nel VII secolo, che per Virgilio guidò il troiano Enea nell'oltretomba e il cui antro Amedeo Maiuri, il grande scavatore di Pompei, volle localizzare all'inizio del Novecento giustappunto in una cripta che però risultò essere un'opera di fortificazione romana che collegava l'acropoli di Cuma alla città bassa. Questa bellissima storia, dove il mito si intreccia alla storiografia, dove il culto dell'antico si colora del dramma della conquista e della colonializzazione, oggi è accessibile solo ai rari eletti cultori di cose classiche, ai conoscitori dei testi antichi, agli studiosi di filologia, spesso gelosi custodi del loro sapere oracolare ed esclusivo. E' per questo, prima ancora che per l'assenza di fondi, per l'incapacità degli amministratori, se i nostri tesori archeologici calamitano il pubblico quando si trovano al Louvre, al Getty o al Metropolitan ma, appena tornano a casa, cadono nel dimenticatoio, come avvertivano ieri Salvatore Settis e Jenner Meletti su Repubblica. E' successo per il vaso d'Eufronio, restituito dal Met e sepolto oggi al museo etrusco di Villa Giulia, è successo per la Venere di Morgantina tornata da Malibu ad Aidone, provincia di Enna, e per molti altri capolavori del passato. Allora, anziché blaterare contro l'indolenza degli amministratori, il "glocalismo" dei politici che oggi firmano pure appelli per il ritorno della Gioconda dalla corte del re di Francia, sarebbe meglio darsi da fare per rimediare all'analfabetismo, restituendo all'ambiente una narrazione chiara e convincente. Gli strumenti non mancano e nemmeno i mezzi. Sono tanti i giovani studiosi che anziché finire in un call center o nella melassa di Roberto Saviano sognano di sfornare video, filmati e persino applicazioni per l'iPhone, per guidare l'incolto pubblico fra i tesori del passato. E se solo i produttori televisivi, anziché ostinarsi a rimbecillirci con le isole dei famosi e i grandi fratelli fiutassero l'affare e si dessero una mossa, potrebbero ritrovare una funzione sociale all'altezza delle ambizioni comuni.