Lettere e Commenti In una vecchia barzelletta il protagonista si alzava al mattino, faceva colazione, usciva e prendeva l'autobus, sempre ripetendo ossessivamente lo stesso numero. Probabilmente la stessa cosa è capitata nelle scorse settimane al ministro Tremonti. Chissà quanto ci avrà pensato il povero Giulio, che fatica trovare un numero neutro, non evocativo: il 90? La paura. No, per carità. Il 47? il morto che parla. Spiritosi. Il 68? no, no. Insomma, da dove salti fuori questo benedetto 70 non è dato di sapere! Fatto sta che, secondo il decreto appena varato dal Consiglio dei Ministri, gli enti ed istituti culturali e di ricerca che hanno un numero di dipendenti inferiore a settanta dovranno chiudere, senza appello: il numero dei dipendenti, dunque, assurto a criterio principe nella misurazione dell'efficienza e, quindi, dell'utilità o meno di un organismo. L'ultima frontiera delle scienze aziendali! E così non solo l'Accademia della Crusca, ma anche la Scuola Archeologica di Atene e un'altra vagonata di gloriose istituzioni che hanno dato lustro al nostro Paese andranno a scomparire, contribuendo in questo modo a completare l'opera di desertificazione culturale operata già nei settori dell'Istruzione e dell'Università. Tutto ciò in nome di quei "tagli lineari", ovvero indiscriminati ed ingiustificati, degni di un moderno Ponzio Pilato che non volendosi prendere la briga, o la responsabilità, di cercare le vere inefficienze del Sistema Italia, pesca dall'urna un numero e lo eleva a criterio oggettivo di valutazione. In fondo la stessa cosa che è stata fatta con le Provincie: invece di chiedersi a che cosa servono e come esse si inseriscono, più o meno utilmente, nel sistema delle autonomie locali, si è scelto un numero, 300.000, e tirato una riga. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. L'ennesimo risultato dell'evoluzione, o, meglio, involuzione, della democrazia in Italia, ridotta ormai ad un misto di regime plebiscitario e incancrenito sistema basato sul consenso, nel quale si cerca, cerchiobottisticamente, di accontentare tutti, di racimolare di qua e di là voti, preferenze, e in che modo? Conservando, anzi consolidando, le situazioni di potere, i cosiddetti diritti acquisiti, dunque promettendo al "popolo" di cambiare le cose, ma, in realtà, lasciando tutto com'è, ad uso e consumo delle innumerevoli lobby e caste. È evidente, quindi, che in una situazione come l'attuale, di difficoltà economica e finanziaria, che, inevitabilmente, impone di ridurre drasticamente la spesa pubblica, in Italia è difficile, se non impossibile, fare scelte non dico strategiche, ma almeno guidate da un briciolo di buon senso, per salvare e valorizzare ciò che di buono c'è in questo Paese. E allora, come in questa occasione, si estrae un numero. Ci si affida al caso.