La globalizzazione genera localismi. Perciò le mostre spesso celebrano gli artisti come altrettanti eroi locali: Melozzo a Forlì, Gentile a Fabriano, Beccafumi a Siena... Qualche volta una mostra è di tale qualità da meritare un "tour" più vasto (Palladio da Vicenza a Londra e a Madrid); altre volte deve segmentarsi per inseguire ambizioni locali, come Mantegna che nel 2006 dovette farsi in tre (Padova, Mantova, Verona), senza arrivare al livello della mostra del Louvre (2008), curata da Dominique Thiébaut e Giovanni Agosti; una mostra mirabile, ma non tanto da meritare il prestito del San Giorgio di Venezia, concesso poi senza fiatare alla mostra devozionale Il potere e la grazia (Palazzo Venezia). Insomma (neoproverbio) «il sonno delle Regioni genera mostre», spesso senza alcun valore. Si aggiungono i "ritorni" impossibili, come il sommo delirio di voler la Gioconda a Firenze, ignorando che colpevole di averla messa in mano al re di Francia fu lo stesso Leonardo. (segue dalla copertina) Eperché allora, non spedire la Gioconda a Vinci, e raccogliervi anzi tutti i quadri di Leonardo? Tutto Michelangelo a Caprese, tutto Raffaello a Urbino, tutto Tiziano a Pieve di Cadore? Il fondamentalismo dei contesti si fa ancor più radicale se si parla di archeologia. Finito è il tempo in cui, recuperate le metope di Selinunte, fu ovvio esporle a Palermo, sull'esempio del Real Museo Borbonico che raccolse a Napoli tutti i reperti di Pompei ed Ercolano. Guai a chi oggi osi ipotizzare che il Satiro "di Mazara", l'auriga "di Mozia"o la dea "di Morgantina" possano mai figurare in uno dei grandi musei di Sicilia, Siracusa e Palermo: seguirebbero subite sommosse e assessori che s'incatenano a un guard-rail. Madre di tutti i contestualismi nostrani è (anche se pochi lo sanno) la polemica degli Indiani d'America per la restitution degli oggetti di scavo che erano confluiti nello Smithsonian e altrove. In quel discorso tipicamente post-coloniale che si svolse a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, gli Indiani rivendicavano la propria autoctonia contro lo sterminio delle loro culture, "museificate" dagli yankees quasi fossero morte e sepolte. Chiedere la restituzione di ossae ceramiche ha valore identitario, implica continuità con le culture precolombiane, esige di azzerare la pretesa di superiorità dei coloni europei. Si giunse allora al punto che il permesso di scavo nelle riserve indiane del New Mexico veniva concesso a patto che tutti gli oggetti ritrovati venissero abbandonati in situ e non portati in museo; si videro siti archeologici, non lontano da Chaco Canyon, dove migliaia di frammenti ceramici giacevano al suolo senza alcuna custodia. A una tal nozione ( identitaria) del contesto si contrappone quella conoscitiva, secondo cui ogni reperto dev'esser posto in relazione con gli altri del medesimo sito. Fin dove può giungere il "paradosso del contesto"? Di quanti chilometri (o metri) si può allontanare un reperto dal luogo in cui fu trovato, senza che si gridi allo scandalo? Dalla prospettiva americana, le richieste italiane di reperti esportati illegalmente (come la dea di Morgantina e il cratere di Eufronio) vengono spesso lette in chiave di nazionalismo proprietario, quasi fossero una variante delle rivendicazioni amerindiane; ma le norme di protezione delle antichità in Italia cominciano ben prima dell'idea stessa di nazione. Perciò ha torto chi sostiene che quei reperti stavano meglio in America che in Italia: rivendicarli è una battaglia per la legalità, oltre che per la conoscenza del loro contesto storico. In Italia dunque, ma dove? Uguale e opposto al "paradosso del contesto", ma assai meno avvertito, è il "paradosso del museo". Ogni museo che si rispetti è esso stesso un nuovo contesto: ma quel che non sappiamo più fare è prenderci la responsabilità intellettuale ed etica di creare a testa alta un contesto nuovo. Si fa prima a "lasciare tutto sul posto", passivamente, come a Chaco Canyon. Ed è già tanto se i Bronzi di Riace sono a Reggio (120 chilometri da Riace). Andrebbero, come dice qualcuno, deportati a Roma per avere più visitatori? O non sarebbe meglio rilanciare le straordinarie collezioni del Museo di Reggio, renderlo più noto e più appetibile? Dovremmo giocare "contesto" e "museo" sullo stesso tavolo, quello di un'Italia il cui patrimonio nel suo insieme è assai più grande della somma delle sue parti. Manca però un ingrediente: un'idea dell'Italia, un progetto per la sua cultura.
PERCHÉ I NOSTRI CAPOLAVORI MERITANO UN PROGETTO
La globalizzazione porta a localismi, rendendo le mostre spesso celebrare gli artisti come eroi locali. Alcune mostre hanno un successo limitato, mentre altre devono segmentarsi per perseguire ambizioni locali. La mostra del Louvre (2008) è un esempio di mostra di alta qualità. La polemica degli Indiani d'America per la restituzione degli oggetti di scavo è un esempio di contestualismo. La nozione identitaria del contesto si contrappone a quella conoscitiva, secondo cui ogni reperto deve essere posto in relazione con gli altri del medesimo sito. La richiesta di reperti esportati illegalmente è spesso letta in chiave di nazionalismo proprietario.
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