Chissà se questa è la volta buona. La vendita del patrimonio immobiliare pubblico è uno dei tormentoni più resistenti della Seconda Repubblica. Se ne parla da vent'anni e ogni governo e ogni partito hanno partorito un progetto, salvo poi dimenticarsene in fretta. A questo giro, però, c'è qualcosa di diverso e di peggio: Annibale è davvero alle porte. La situazione dei conti pubblici è talmente malmessa che forse non basterà neanche la manovra bis lacrime e sangue del governo. Ma soprattutto non è né giusto né economicamente sensato che il peso dei sacrifici ricada in larghissima misura su chi ha sempre pagato. Ecco allora che si fa di nuovo strada l'idea per niente peregrina di una vendita straordinaria del mattone di Stato per fare cassa. Il Pd l'ha inserita nel suo catalogo anti-crisi in sette punti e Stefano Fassina dice al Fatto che lo Stato potrebbe incassare 25 miliardi di euro in 5 anni. Arrancando, pure il governo sta rispolverando il progetto anche se in un clima in cui la mano destra sembra non sapere cosa fa la sinistra. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ora penserebbe di passare a Fintecna le famose ex mille caserme, un tesoretto di mattoni regolarmente riscoperto nei momenti di crisi acuta e che pure il ministero della Difesa vorrebbe vendere, ma per conto proprio. In cambio Tremonti conta di ottenere un po' di liquidità dalla stessa Fintecna, che è una specie di cassaforte pubblica con 2 miliardi di euro affidata di recente dal ministro alle cure di un suo uomo, Massimo Varazzani. Non più di qualche mese fa, però, lo stesso Tremonti aveva liquidato Patrimonio dello Stato Spa, cioè proprio la società Fintecna creata nel 2002 per operazioni del genere e lasciata in un limbo con il compito quasi esclusivo di pagare, in pratica, gli stipendi agli amministratori: ad un consiglio di cui faceva parte l'ex direttrice del Demanio, Elisabetta Spitz, e dal 2002 al 2007 pure Massimo Ponzellini, poi diventato presidente di Impregilo. A complicare la faccenda della vendita del mattone di Stato, è sopraggiunto nella primavera di un anno fa il federalismo demaniale, cioè quell'idea di trasferimento ai comuni di parte del patrimonio partorita quando ancora furoreggiava il progetto federalista caldeggiato dallo stesso Tremonti. Oggi il federalismo non sta tanto bene, ma quella norma resta e potrebbe risultare un grande ostacolo ad un piano concreto di vendita del patrimonio. Quel testo prevede che i beni siano trasferiti a titolo gratuito dallo Stato centrale agli enti locali tramite il Demanio. Nel frattempo Tremonti ha deciso di far confluire parte di quel patrimonio in una Sgr (società di gestione del risparmio) a cui partecipano gli enti locali e la Cassa Depositi e prestiti. Un paio di settimane fa, inoltre, il Tesoro ha presentato i risultati del censimento dei beni dello Stato, degli enti locali, delle università e di tutte le altre amministrazioni. Agli immobili individuati ha dato un valore teorico tra 239 miliardi e 319, mentre i terreni varrebbero tra 11 e 49 miliardi. Il censimento non era propedeutico alla vendita, ma solo alla quantificazione del patrimonio con l'intento di dimostrare all'Europa che l'Italia sarebbe economicamente più sana di quanto si dice. Di quel ben di dio censito, oltretutto, non è neanche lontanamente possibile ipotizzare una cessione integrale perché dentro quello stock ci sono in maggioranza beni strumentali, immobili e terreni che lo Stato usa per lo svolgimento dei suoi compiti istituzionali. Assai più utile in vista della vendita, il censimento del Demanio di 4 anni fa che individuò circa 30 mila beni (20 mila edifici e 10 mila terreni). Ma una cosa è censire e un'altra vendere sul serio gli immobili, soprattutto in momenti come questo di mercato immobiliare depresso. Proprio il Demanio si è scontrato con questa dura realtà. In due anni, 2009 e 2010, ha messo sul mercato beni per un valore di 339 milioni, ma ne ha venduti davvero solo per 245. Gli altri non è riuscito a piazzarli. Del resto non è facile, tanto per fare un esempio, trovare qualcuno disposto a tirar fuori 40 milioni di euro per l'ex caserma Piave di Albenga, 60 mila metri quadri, un complesso grande quanto un intero quartiere. L'Agenzia del Demanio diretta da Maurizio Prato, così come si legge dal sito dell'ente, ha "il compito di amministrare i beni immobiliari dello Stato razionalizzandone e valorizzandone l'uso, anche attraverso la loro gestione economica". Ma quanti sono e quanto valgono questi beni? Secondo un censimento effettuato nel marzo scorso dal ministero del Tesoro, lo Stato è in possesso di 530mila unità immobiliari, per un totale di 22 milioni di metri quadri di superficie e per un valore complessivo che oscilla da un minimo di 239 miliardi di euro a un massimo di 319 miliardi euro. Non solo. Lo Stato dispone anche di 760 mila terreni (13 miliardi metri quadri superficie) che valgono da un minimo di 11 miliardi di euro a un massimo di 49. Soldi che, da soli, risolverebbero la crisi. MA quanto vende il Demanio? A leggere i dati forniti dallo stesso ente, nel 2009, a fronte di un'offerta di beni di 229 milioni di euro, sono stati incassati dalla vendita 165 milioni di euro. Peggio nel 2010, quando sono stati venduti beni per 80 milioni di euro a fronte di un'offerta di 110 milioni.
MAI DISMESSI MENTRE LA CASTA CI GUADAGNAVA Immobili di Stato, una costosa farsa
Il governo italiano sta considerando la vendita del patrimonio immobiliare pubblico per fare cassa. Il progetto è stato proposto dal Pd e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, sta cercando di ottenere liquidità dalla Fintecna, una società di gestione del risparmio. Tuttavia, il federalismo demaniale, che prevede la trasferimento dei beni ai comuni, potrebbe risultare un ostacolo alla vendita. Il Demanio ha già tentato di vendere beni nel 2009 e 2010, ma senza successo. Lo Stato dispone di 530mila unità immobiliari e 760 mila terreni, con un valore complessivo che oscilla da 239 miliardi a 319 miliardi di euro.
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