Alla scoperta dei Sassi nel paradigma Matera Turismo, cultura, artigiani, economia del vicolo: un modello unico Buona come il suo pane, unica come la sua storia, la città dei Sassi è un presepe in cui perdersi. Un modello turistico speciale da capire gustandolo MATERA. M'affaccio, in un tramonto di cipria, da largo Ridola, dal primo merletto di Matera, palazzo Lanfranchi che ospita il museo d'arte medievale e contemporanea e narra in istantanea i contrasti di questa terra straniante, su quell'orrido che dalla prima Murgia precipita graffiato dal Gravina in una gola a mezza luna. Baluginano incerti nella rivalità con l'ultimo sole i primi lampioni: eccolo il Presepe dei Sassi. Si danno di gomito i vacanzieri che cercano le stazioni della Passione di Mel Gibson. II kolossal fa premio sulla poesia: lì sono stati girati anche Il Vangelo Secondo Matteo di Pasolini o il Cristo si è fermato a Eboli di Rosi. Pochi lo ricordano. È la stessa distanza che separa un reality dalla vita. Certo i Sassi sono meravigliosi, unici e vederli con questo belletto di luce paiono Betlemme per come uno se la costruisce alla vigilia di Natale e somigliano alla Cappadocia. Ma hanno qualcosa in più: sono veri, sono vivi. A destra il Caveoso ancora diruto e forse perciò più autentico, a sinistra il Barisano che stanno trasformando in una Pigalle pieno di osterie, di ristorantini dove il falso tipico si spreca, ma anche ricetto di alberghi di fascino e di qualche artigiano che lavora davvero. È un continuo dilemma tra vero e percepito, tra ciò che era e ciò che appare. Così quella visione poetica al solo considerare che Alcide De Gasperi, appena settant'anni fa, pianse tra la gente che abitava ancora nelle case-grotte in condominio con le bestie nell'unica stanza, dove non c'erano fogne né acqua corrente e si attingeva alle cisterne comuni, trasfigura. Sfoglio quella pagina di Carlo Levi che nel suo "Eboli" appunta: «Sono due mezzi imbuti, proprio come a scuola c'immaginavamo l'inferno dantesco». Sì, pare l'Inferno secondo Botticelli: epico, mitico, quasi metafisico. E quelle caverne ricordano una tavola del Dorè che illustra il canto XXIII col Cristo crocifisso per terra. Lì, nella sesta bolgia, si puniscono gli ipocriti. Mi pare che ci sia ipocrisia nel ricoprire con un sudario affaristico e patinato il vero valore dei Sassi: la loro narrazione antropologica. Lì cammino estasiato dal Convicinio di Sant'Antonio, dalla casa grotta di Vico Solitario, dalle chiese rupestri di Santa Maria di Idris, da San Pietro di Caveoso. È un dedalo in cui i turisti si muovono come i Pokemon nel videogioco dello stupore. Ma da ogni uscio s'affacciano i fantasmi dei Sassi della vita dolente e stenta che dal '93 sono Patrimonio mondiale dell'umanità, il primo e unico paesaggio urbano ad avere questo sigillo di universalità. Risalgo e scopro l'altra Matera quella barocca e opima di San Francesco, di piazza Vittorio Veneto, della Cattedrale (chiusa per restauro), l'altra medievale di San Giovanni Batista e poi di Sant'Agostino e l'incompiuta aragonese di castello Tramontano. Mi vengono incontro le leggende del conte tiranno ucciso, ma anche la devozione della Madonna di Picciano, la Bruna. Sono sentimenti e sensazioni forti. Scopro che la Civita (la città ricca in alto, la plebe nell'orrido, ma oggi il motore economico sta tra i Sassi) è un contenitore culturale denso: con il conservatorio (imperdibile in piazza del Sedile), l'Ateneo, la fondazione Levi, il museo Ridola e quello della scultura. I manifesti raccontano di continui appuntamenti. Non a caso una piazzetta è in titolata alla "Cittadinanza attiva" e ospita il monumento agli artigiani: sono i giovani che oggi tornano a bottega. Così si sostanzia a Matera un nuovo modello di sviluppo poggiato sui Sassi dove accanto al tumulto turistico (ci sono meno stranieri, tanti giapponesi per via di un gemellaggio culturale, tanti italiani) percepisci l'economia del vicolo, fatto del valore della cultura e dell'enogastronomia. Perché Matera dove si mangia bene se si sa scegliere, ti regala il timbro del pane (quello materano è un Igp ed è buonissimo) per dirti che si ricorda quando si cuocevano le forme da cinque chili nel forno civico, formaggi stupendi come quelli del caseificio Il Pino, salumi poveri come la salsiccia di pezzente, tanto orto col magnifico peperone cresco, i cavatelli, le paste e poi l'Aglianico (che qui è anche Doc Matera Rosso) e l'olio. E gli agnelli ancora di pascolo e la carne di Podolica. Una terra che conserva il sapore dell'agricoltura. Anche se la catena di monta bio turistica s'annida come un virus. Nei Sassi ho visto spacciare per cibo locale hamburger surgelati prodotti a Ravenna! Ma i materani paiono cercare l'antidoto a questa volgarità commerciale nel ripristino della loro identità. Così Matera, bellissima, diventa città paradigma. Si può rispondere alla crisi che ci ha regalato la globalizzazione con la valorizzazione di se stessi, col ciclo economico della propria unicità. Ripristinando l'artigianato, mettendo a sistema di qualità il turismo, esaltando i valori del territorio di cui l'enogastronomia è magna pars, facendo cultura che è più Levi che Gibson, anche se Hollywood serve alla promozione. Lasciando Matera ho comprato un souvenir: il più venduto. È il rosone - era di tufo, ma ora si trova in tutte le fogge di polvere di montagna mista a cemento - che faceva passare l'aria nelle case-grotte. È il respiro di questa terra. Universale come la storia, unica come Matera.