Dai micro-comuni agli enti inutili: cosa non cambia nonostante gli annunci Errori o espedienti nel testo del decreto vanificano gli obiettivi di risparmio che si intendeva perseguire (almeno in apparenza) Il taglio delle Province, l'accorpamento dei Comuni, la riduzione degli organici: ecco cosa (e perché) non sarà mai possibile realizzare Che la manovra sia destinata a subire modifiche nel corso del dibattito parlamentare e forse anche drastiche, lo si intuisce dalle accese polemiche della vigilia. Si discuterà probabilmente dell'aumento di un punto percentuale dell'Iva per drenare maggiori risorse, e verrà analizzata l'introduzione del quoziente familiare per mitigare gli effetti sul prelievo di solidarietà che colpisce indiscriminatamente (e soltanto) il ceto medio dei dipendenti. E poi magari si proverà ad inserire l'anticipazione dei tfr in busta paga così da iniettare un flusso di risorse nei consumi, e certamente si allargherà la discussione alla riforma delle pensioni e ai suoi tempi, che qualcuno vorrebbe accelerati così da inserire le prime innovazioni già in questa manovra. E forse, ma non è detto, approderà in aula anche il confronto-scontro sul possibile scudo-bis del quale in verità si è finora dibattuto soprattutto sulle pagine dei giornali, e poi il piano di dismissioni e molto altro ancora. Chissà invece se si discuterà dei 7 punti riassunti in questa pagina, che sembrano altrettanti buchi contenuti nella manovra. Errori, o espedienti, che sin da ora ne limitano gli effetti vanificando in tutto o in parte gli obiettivi di risparmio che apparentemente intendevano perseguire. La crisi economica è grave, e proprio perchè è anche globale tutti in questo momento abbiamo il dovere di fare la nostra parte. I tagli e i risparmi servono: ma che siano equi, e che valgano per tutti. Perché non è tempo di distrazioni, nè di furbizie. 1 FESTE NAZIONALI E PATRONALI In principio tutte le feste nazionali e quelle dei santi patroni, secondo una diffusa prassi europea, dovevano essere accorpate alla domenica più vicina in modo da aumentare il numero delle giornate lavorative anche attraverso l'eliminazione dei «ponti». Poi l'articolo 24 del decreto che tratta l'argomento ha cominciato ad escludere tutte le feste incluse in accordi con la Santa sede lasciandone di fatto solo 3: i1 25 aprile, giorno della Liberazione, i1 2 giugno nascita della Repubblica e il Primo maggio, festa del Lavoro. Apriti cielo: il 25 aprile verrà probabilmente cancellato dal parlamento nella fase della conversione in legge, secondo il principio che mai e poi mai la Francia o gli Stati Uniti o qualunque paese civile cancellerebbero la loro festa della Liberazione. Verosimile che venga depennato anche il Primo maggio, che è giorno di festa in tutto il mondo. Il decreto potrebbe quindi restare in vigore solo per il 2 giugno perché piace alla Lega. In quanto alle feste patronali, è già stata esclusa quella di san Pietro e Paolo, perché si celebra a Roma. E il decreto comunque aggiunge che l'elenco delle date in cui ricorrono le festività «verrà stabilito annualmente con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri». Insomma un cavillo che consentirà anno per anno di aggiustare la lista, in base alla forza di questo o quel parlamentare, ciascuno dei quali si impegnerà ad ottenere «l'immunità» per il proprio Santo Patrono. 2 I TAGLI DELLE PROVINCE In principio c'erano tutte le Province. Poi il dibattito sul taglio degli enti locali è stato ristretto alle sole Province con meno di 300.000 abitanti, e il limite è stato inserito nella prima bozza della manovra bis. La stampa ne ha scritto ampiamente calcolando in 37 il numero delle province italiane destinate a saltare. Ma nottetempo. prima che la bozza del decreto si trasformasse in testo ufficiale, l'articolo 150 stato modificato e oltre alla soglia del numero di abitanti è stata aggiunta quella della estensione territoriale, salvando così non soltanto le Province che hanno più di 300.001) abitanti, ma anche quelle che si estendono su un territorio che supera i 3.000 chilometri quadrati. Come dire quasi tutte. Il trucchetto è sottile e si nasconde tutto nel congiunzione "o". Nel testo si legge infatti che «sono soppresse le Province diverse da quelle la cui popolazione rilevata al censimento generale della popolazione del 2011 sia superiore a 300.000 abitanti o la cui superficie complessiva sia superiore a 3.000 chilometri quadrati«. Se invece della O avessero usato la congiunzione E, il numero della province tagliate sarebbe più che raddoppiato. È grazie a questo escamotage che dalla falcidie dei tagli si è salvata Matera, che con i suoi 203.726 abitanti era compresa nella prima lista ma che grazie al suo territorio di 3.446 chilometri quadrati ne è stata poi esclusa. Insieme, per esempio a Sondrio, Provincia che ha dato i natali al ministro delle Finanze Tremonti. 3. I TAGLI DEGLI ENTI INUTILI In principio dovevano essere sciolti tutti gli enti inutili, che si è calcolato in passato fossero addirittura ventimila Poi nel decreto anticrisi si è deciso di tagliare solo quelli, non economici, con un organico inferiore alle settanta unità. Anche qui con molte deroghe. Dalla cancellazione sono infatti esclusi tutti gli ordini professionali e loro federazioni, tutte le federazioni sportive, tutti gli enti la cui funzione consiste nella conservazione e nella trasmissione della memoria della Resistenza e delle deportazioni, tutte le Autorità portuali e tutti gli enti parco. Secondo calcoli giornalistici quelli rimasti nella rete dei tagli sarebbero al massimo una trentina. Ma alla fine saranno anche meno, perché lo stesso articolo 1 prevede che 95 giorni prima dello scioglimento (da attuarsi al massimo entro la fine dell'anno) la presidenza del consiglio fornisce una propria lista di enti che non verranno cassati per il loro particolare rilievo. Come dire che le maglie per far sopravvivere i mini-enti (e rinunciare ai relativi risparmi) sono larghissime. La prestigiosa Accademia della Crusca, tanto per dirne una, è stata salvata ben prima della scadenza dei 95 giorni dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan: «Troveremo la soluzione - ha già promesso - per non far morire questa istituzione storica che è l'unico baluardo a salvaguardia delle radici della lingua italiana». Chissà quanti altri paracadute sono pronti ad aprirsi. 4 IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA' DEI PARLAMENTARI In principio i parlamentari dovevano pagare un contributo di solidarietà più alto dei comuni cittadini, così, proprio per dare il buon esempio. E infatti nel presentare la manovra bis il ministro Calderoli aveva spiegato che il contributo di solidarietà per quanto riguarda i parlamentari sarà il doppio di quello previsto per i cittadini, per cui sarà del 10 per cento nella fascia tra 90mila e 150mila euro e del 20 per cento nella fascia superiore ai 150 mila euro . Un sacrificio maggiore quindi a carico dei politici rimarcato anche dal ministro Tremonti che aveva voluto ribadire che i parlamentari per un gioco perverso vengono colpiti per il doppio. In realtà leggendo poi l'art. 13 del decreta si scopre che per i parlamentari si applica, senza effetti a fini previdenziali, una riduzione delle indennità di carica superiori a 90.000 Euro lordi annui previste alla data di entrata in vigore del presente decreto, in misura del 10 per cento per la parte eccedente i 90.00 euro e fino a 150.000 euro, nonchè del 20 per cento perla parte eccedente 150.000 euro. Tradotto significa che il taglio non colpisce tutti gli introiti dei parlamentari (come accade ad un comune cittadino che paga sì il 5 o 10 per cento, ma sul suo intero imponibile), ma solo la indennità di carica che costituisce circa il 70 per cento dei suoi introiti come parlamentare. La diaria di 3503,11 euro, il rimborso di spese telefoniche di 258,22 euro e il rimborso per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettori di 3690 euro restano fuori dall'eurotassa e dall'Irpef. E il taglio dell'indennità, non avendo effetti a fini previdenziali come precisatonel decreto, non colpirà neppure il vitalizio pensionistico di fine mandato. 5. SLITTAMENTO DELLA TREDICESIMA In principio doveva essere ritardato il pagamento di «tutti gli emolumenti ai dipendenti della pubblica amministrazione, differendoli in tre rate annuali posticipate» qualora gli enti o i ministeri presso i quali lavoravano non avessero rispettato i piani di contenimento della spesa come fissati dal Documento di finanza economica (Dfe). Poi in fase di stesura del decreto ci si è resi conto che far slittare gli stipendi sarebbe stato eccessivo, e così si è deciso di minacciare la rateizzazione della sola tredicesima. Che resta comunque una minaccia pesante. Il punto è che, per fortuna dei pubblici dipendenti (ma non per i piani finanziari del governo), la minaccia è destinata a rimanere solo sulla carta. Perché il provvedimento riguarda tutto il personale della pubblica amministrazione, sia centrale che periferica. Ma l'articolo 1 nella formulazione attuale fa esclusivamente riferimento al Dfe nel quale ovviamente non vengono indicati nel dettaglio gli obiettivi economici da raggiungere dai singoli enti locali, camere di commercio, asl eccetera. E quindi o si provvederà ad una disposizione integrativa che chiuderà questo buco normativa, oppure non avendo parametri di riferimento certi per calcolare l'eventuale scostamento, anche la sanzione della tredicesima rateizzata è destinata a rimanere inapplicata. Oppure se applicata, si presta ad una serie di ricorsi che esporranno le casse pubbliche alla ulteriore beffa del maggior costo per spese legali. 6 RIDUZIONE DEGLI ORGANICI STATALI In principio doveva essere deciso un taglio di tutti gli organici della pubblica amministrazione, in ossequio all'obbligo finanziario e contabile di contenere la spesa pubblica, al punto da costituire l'oggetto del primo articolo del decreto. L'obbligo, sancito dall'art. 1. è dunque quello di ridurre entro i1 31 marzo 2012 i posti pubblici dirigenziali e non dirigenziali nella misura del 10 per cento, e comunque è fatto divieto a partire da quella data di disporre nuove assunzioni. Sembra che valga per tutti ma non è così. Il decreto infatti esclude dai tagli e dal blocco delle assunzioni i super incarichi di direzione degli uffici delle amministrazioni dello Stato, quelli che sia pure a tempo determinato vengono conferiti «a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale (..) o che abbiano conseguito una particolare specializzazione professionale. culturale e scientifico» e il cui «trattamento economico può essere integrato da una indennità commisurata alla specifica qualificazione professionale» e che per il periodo di durata del contratto vengono collocati in aspettativa senza assegni, ma con riconoscimento dell'anzianità di servizio. Insomma nessun taglio per i super-dirigenti pubblici chiamati solitamente con mega stipendi al servizio della casta. Ma non finisce qui. Perché dalla sforbiciata del 10 per cento è escluso anche il personale amministrativo operante presso la Presidenza del Consiglio, gli uffici giudiziari, le Autorità di bacino di rilievo nazionale, il Corpo della polizia penitenziaria, l'Agenzia italiana del farmaco, nonché i magistrati, le strutture del comparto sicurezza, delle Forze armate. del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. i diplomatici e i prefetti». Chi resta? 7. I TAGLI DEI MICRO-COMUNI In principio dovevano essere sciolti tutti i Comuni con meno di 1000 abitanti. Poi si è deciso di sciogliete solo i consigli comunali e le giunte lasciando in carica i sindaci. Un taglio che toccherebbe 190 municipi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Ma anche su questo punto il decreto prevede una deroga. L'articolo 15 stabilirà infatti che al posto dei consigli comunali sciolti, vanga costituita una Unione municipale composta dai comuni contermini con popolazione pari o inferiore a 1.030 abitanti». Sembra chiaro ma solo in teoria. Perché non è detto che un comune sciolto abbia vicino altri comuni «contermini» (cioè confinanti) nelle sue stesse condizioni con i quali accorparsi per costituire l'Unione che deve oltretutto raggiungere un minimo di 5.000 abitanti. Ed ecco allora la deroga «Nel caso in cui non vi siano altri Comuni contamini con popolazione infette a 1000 abitanti - recita il decreto - a tali Comuni si applicano le norme previste per i Comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti. Vale a dire che restano in carica un sindaco, cinque consiglieri e due assessori. In pratica resta tutto com'è, solo con qualche unità in meno. E poiché non è affatto chiaro se possano considerarsi «contermini» anche i comuni che siano separati tra loro da una montagna o da un altro Comune più grande, alla fine rischiano di essere centinaia i piccoli paesi che usciranno dalla lista dei 1970 da sciogliere.