Una storia cominciata nel 1901 Il Comune lo pagò 20 mila lire e il duce lo mise in uno scantinato Strano destino quello del Quarto Stato. Tra arte e politica, tra Ottocento e Novecento, tra operai e padroni, tra stanze del potere e gallerie d'arte. «Ma Giuseppe Pellizza era fortemente convinto che la pittura fosse al di sopra della politica» racconta Aurora Scotti, direttrice dell'associazione dedicata all'artista di Volpedo e massima esperta del pittore piemontese. «Era vicino al movimento operaio sì, ma non era un militante». Una precisazione dovuta. Giusto per sgomberare il campo da equivoci e strumentalizzazioni, oggi, nel giorno in cui il capolavoro torna protagonista del dibattito politico milanese. Il sindaco Pisapia e l'assessore Boeri, infatti, vorrebbero riportarla a Palazzo Marino, dove ha dimorato dal 1953 al 1981. Completato nel 1901 dopo due opere preliminari, il Quarto Stato venne esposto per la prima volta alla Quadriennale dell'anno successivo. Sommerso dalle critiche, rimase a lungo nello studio del Pellizza, anche dopo la sua morte. Fino a quando, nel 192o, venne acquistato per sottoscrizione pubblica dal Comune di Milano per 20 mila lire. «L'opera spiega Scotti rappresenta la presa di coscienza dell'autore, come persona, come artista e come lavoratore. Una conquista che va di pari passo con l'aumento di dignità dei contadini, simboleggiata nel dipinto dal moto e dall'avanzata inesorabile della folla». Dopo l'acquisizione pubblica, il capolavoro venne trasferito alla Galleria d'arte moderna, all'epoca ospitata dalle sale del Castello Sforzesco. «Nessuno sa dove fosse esattamente riprende la direttrice dell'Associazione Pellizza da Volpedo perché non esiste una documentazione fotografica che la raffiguri». Si dice che furono i fascisti a farla sparire, relegandola nei depositi del Castello. Ma nemmeno loro resistettero al fascino del dipinto, rivalutando però la sua versione precedente, Fiumana, «più inquieta e meno pericolosa politicamente». La rivincita del Quarto Stato arrivò con la Liberazione e grazie ad Antonio Greppi, il primo sindaco del Dopoguerra che decise di riesumarlo, facendone un simbolo della città e portandolo nelle stanze del Comune. E lì rimase, sconosciuto ai più, fino agli anni Settanta. «Uscì da Palazzo Marino racconta Scotti dove era imNello studio II dipinto rimase a lungo nello studio del Pellizza, anche dopo la sua morte. Aurora Scotti: non era un militante Il sindaco del dopoguerra Greppi, il primo sindaco del dopoguerra che decise di farne un simbolo della città, portandolo a Palazzo Marino merso tra i fumi dei politici, tutto sporco di nicotina. Si può dire che fosse un'opera quasi ignota dal punto di vista pittorico. Non veniva nemmeno considerata divisionista. Solo un'esposizione a Londra, alla Royal Academy le restituì il prestigio che meritava. Ricordo ancora i titoli entusiasti ricorda l'esperta : Londra ne fu davvero impressionata». Si procedette quindi a un restauro e si pensò che fosse il caso di trovare una sede museale consona al capolavoro, piuttosto che lasciarlo in preda alle sigarette degli assessori. «Ci sembrava un egoismo inutile tenerla tutta per noi conferma l'allora sindaco socialista Carlo Tognoli privando i cittadini di un'opera così importante» . Nel 1981, dunque, traslocò a Villa Reale, dove rimase fino al dicembre scorso, quando Italo Rota, ne fece del dipinto il protagonista del nuovo museo del Novecento, posizionandolo nella scala che conduce all'ingresso come ponte simbolico tra l'Ottocento e il Novecento. «È un'opera pittoricamente ottocentesca ma concettualmente del Novecento riprende Scotti . Prima di questa polemica stavamo organizzando una mostra che riunisse tutti gli studi e bozzetti: 35 lavori, tra cui Ambasciatori della fame e Fiumana. Il primo è oggi custodito in una collezione privata, il secondo è conservato alla Pinacoteca di Brera». Cosa succederà ora?».