Dovrei esserci abituato: due anni fa al Palazzo delle Esposizioni, di fronte a un'assemblea di cineasti famosi, Felice Laudadio mi diede della «puttana di regime» (qualcuno poi mi tolse anche il saluto). Però fa male lo stesso. L'insulto colorito - non lo stesso, per fortuna - s'è ripetuto ieri mattina a piazza Montecitorio, davanti al Parlamento. State a sentire. Un nutrito gruppo di registi aderenti all'Anac e all'Api protestava contro i tagli al cinema pubblico e la nuova legge voluta da Urbani. Striscioni dipinti a mano («L'unico debutto che ci resta è quello dalla finestra»), volti più o meno conosciuti (i veterani Ettore Scola, Mario Monicelli, Furio Scarpelli, Giuliano Montaldo, Giorgio Arlorio, i più giovani Mimmo Calopresti, Claudio Sestieri, Wilma Labate, Marco Risi, Tonino Zangardi, gli attori Alessio Boni e Mia Benedetta...}, parole d'ordine ultimative («No al genocidio culturale», «Così uccidono il nostro cinema»). Certo la situazione è preoccupante. Come forse ricordano i lettori del Giornale, il sottoscritto ha duramente criticato il vecchio sistema dei finanziamenti pubblici al cinema d'autore, praticato, con esiti devastanti, sia dalle commissioni di centrosinistra sia da quella di centrodestra. Purtroppo la riforma voluta da Urbani, condivisibile nell'ispirazione anti-assistenzialista e nelle norme più rigorose, rischia di restare un guscio vuoto per mancanza di risorse. Proprio mercoledì sera un emendamento tecnico alla Finanziaria è stato bocciato dal ministro Siniscalco, con il risultato di creare un nuovo intoppo all'erogazione dei fondi disponibili presso la Bnl, peraltro scarsi. In questo clima nervoso e barricadero, ho avuto la pessima idea di fermarmi a parlare con alcuni dei registi «in lotta». Pur essendo diverse le opinioni, anche radicalmente, la chiacchiera scivolava su toni civili. Li conosco da una vita. Ma ecco che Francesco Maselli, detto Citto, anima storica dell'Associazione degli autori, regista pure di vaglia nonché militante di Rifondazione comunista, si fa sotto con fare sbuffante: «Non parlate con quello lì, non fatevi fregare. Scrive metodicamente il falso. È un servo di Urbani. Un mascalzone. Un verme della terra». Verme della terra? Più sorpresi di me, i registi coi quali stavo discutendo (Claudio Sestieri, Nico Cirasola, Roberto Giannarelli) hanno abbozzato una timida difesa del sottoscritto, ricordando a Maselli che, tutto sommato, ero lì in veste di giornalista. Ho ringraziato. Ma poi è intervenuto Nino Russo, cineasta solitamente mite e gentile, spiegando che di fronte a quanto sta succedendo, appunto «l'olocausto del cinema italiano», quegl'insulti erano fesserie, robetta. Ora, capisco tutto. La crisi dei finanziamenti, comunque frutto di una gestione dissennata, e senza copertura, dei soldi pubblici, sta colpendo decine di opere prime, società medie e perfino film di qualità già usciti nelle sale {Agata e la tempesta di Soldini, La vita che vorrei di Piccioni). Per esser chiari: una quarantina di progetti, ritenuti «di interesse culturale e nazionale» dalla precedente commissione ma bloccati nel passaggio tra vecchia e nuova legge, sono stati «recuperati» in extremis dal nuovo direttore generale per il cinema presso il ministero., Gaetano Blandini. Per finanziarli tutti sarebbero serviti 92 milioni di euro, in cassa ve ne sono appena 42 (altri 7 sono destinati alla distribuzione). Stando così le cose, Blandini - che le voci di corridoio accreditano stanco e deluso, forse a un passo dalle dimissioni se il Tesoro non darà presto il via libera - ha dovuto proporre su quei film, per salvarli, tagli variabili tra il 15 e il 55 per cento. Per la serie, prendere o lasciare. O anche (la colorita formula è sua): «Magnare meno per magnare tutti». Lo stop dell'altra sera rischia di rimettere in discussione anche questa soluzione faticosamente raggiunta, e certo salutata con scarso entusiasmo dagli interessati. Avrete capito che c'è poco da stare allegri. Mentre rispetto al 2003 crescono pubblico (13,83) e incassi (12,40), il cinema italiano sta vivendo un'oggettiva situazione di stallo industriale. Il che, come abbiamo scritto ieri sotto forma di «provocazione», non significa che si fanno film meno belli o importanti. Il problema è: quanti titoli italiani può assorbire all'anno il mercato? Sommessamente, io dico 25-30. Maselli 60-70 (se possibile tutti finanziati dallo Stato).