Ranuccio Bianchi Bandinelli: uno studioso appassionato, un archeologo sui generis, un uomo emblematico. Il prossimo 17 gennaio saranno trascorsi trent'anni dalla sua morte, un evento che tuttavia non ha cancellato il ricordo di questo straordinario intellettuale che tanto si batté per la salvaguardia del patrimonio artistico italiano in anni in cui il ministero dei Beni Culturali era ancora ben lontano dall'essere istituito. Ranuccio nacque in una nobile e agiata famiglia senese che annovera fra i suoi antenati persino un papa, quel famoso Alessandro III - al secolo Rolando Bandinelli - che in pieno medioevo si distinse per l'energica difesa dei diritti della Chiesa e che osò imporre una severa penitenza a Enrico II d'Inghilterra macchiatosi dell'uccisione di Thomas Becket, l'arcivescovo di Canterbury, e che egli elevò agli onori degli altari. Bandinelli ereditò dell'illustre avo la tempra forte e severa. Lo dimostrò subito fin da quando nel 1926, in pieno fascismo, rifiutò una cattedra di Storia Medievale all'università di Pisa confessando senza timori che "la vita accademica era una cappa di piombo sotto la quale si nascondevano viscidi intrighi". Nel contempo rivoluzionava la riflessione sull'arte antica introducendo nell'analisi critica quelle categorie estetiche che aveva modulato sul pensiero filosofico di Benedetto Croce. Un approccio innovativo, ma che allora fu guardato con ostilità da un mondo accademico infarcito di filosofia attivista gentiliana. Bandinelli fu un aristocratico marxista, un uomo che cercò sempre di non far pesare il blasone che aveva ereditato per nascita. Si può dire che il suo impegno di studioso crebbe in modo direttamente proporzionale al suo impegno di militante comunista che si traduceva in appassionati articoli pubblicati su "L'Unità" e la rivista "Rinascita". Per queste ragioni si guadagnò la simpatia e la stima del leader del Pci Palmiro Togliatti che negli anni Cinquanta lo avrebbe persino voluto come candidato nelle liste del partito, se Bandinelli non avesse sempre opposto un cordiale rifiuto. Il suo pensiero laico e socialisteggiante lo rese insensibile alla propaganda culturale del regime fascista. Ingiustamente alcuni storici lo accusano di essersi asservito al fascio quando, nel maggio del 1938, egli accettò di fare da Cicerone a Mussolini e Hitler nei musei e monumenti romani e fiorentini. Per Bandinelli quella fu soltanto l'occasione di poter conoscere da vicino i due dittatori; dopo non volle più avere a che fare con loro e rifiutò persino la cattedra di Storia della Civiltà Italiana a Berlino. Scriveva nel suo diario: "Ormai la curiosità era appagata, e troppo sangue era già corso: non rimaneva che avversione e disgusto". Nel dicembre di quello stesso 1938 preferì non accettare la direzione della prestigiosa Scuola Archeologica Italiana di Atene ritenendo di usurpare il posto al collega Alessandro della Seta, sospeso dall'incarico solamente perché era di origini ebree. E come dimenticare che Bandinelli riuscì a nascondere nella sua villa a Geggiano, presso Siena, intellettuali ed ebrei perseguitati dalle leggi razziali fra cui Umberto Saba e Carlo Levi? Le ombre tuttavia non mancano. Il più straordinario archeologo italiano ebbe un ruolo non secondario nel delitto Gentile e l'ultimo a sostenerlo è stato lo storico Francesco Perfetti nel saggio "Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico". L'autore oltre ad attaccare veementemente Palmiro Togliatti, punta il dito accusatorio anche contro il latinista Concetto Marchesi e Ranuccio Bianchi Bandinelli, sostenendo che "diedero di sé, del proprio spessore morale, una pessima prova che nessun artificio dialettico o nessuna postuma difesa d'ufficio potranno mai celare" e questo perché misero "la propria intelligenza e la propria indipendenza di giudizio al servizio della ragion di partito". A inchiodare Bandinelli vi sarebbero due fondamentali testimonianze: quella dello scrittore Romano Bilenchi e quella dell'ex partigiana e costituente Teresa Mattei. Nel gennaio del 1981 Bilenchi rivelò allo storico Sergio Bertelli autore di un importante libro sulla formazione del gruppo dirigente del Pci - che a Firenze "esisteva un comitato clandestino comunista di cui facevano parte, assieme a "Giuseppe Rossi, Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Fabiani" anche i gappisti Luciano Suisola, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci e Antonio Ignesti. Questi ultimi due esecutori materiali dell'assassinio di Giovanni Gentile. La Mattei invece ha recentemente rivelato che la decisione di eliminare Gentile fu presa - sempre a Firenze - da un piccolo gruppo clandestino di cui faceva parte lei stessa, il futuro marito Bruno Sanguinetti, Giuseppe Rossi e Ranuccio Bianchi Bandinelli. Secondo la Mattei quel delitto non fu un atto determinato da "un'ansia di vendetta", ma un gesto "guidato dalla consapevolezza che con l'esecuzione di Gentile si sarebbero chiusi i conti con il maggior responsabile della cultura fascista". Lo stesso Bandinelli avrebbe affermato che "era un atto terribile, ma necessario". Quest'ultima testimonianza, giudicata anche da Mario Pirani (La Repubblica del 8112004) come 'la versione più verosimile" dell'affaire Gentile, getta un cono di ombre sulla figura umana di Bandinelli, e nemmeno la coraggiosa apologia fatta dal filologo Luciano Canfora riesce a diradare le fosche nuvole addensatesi sopra la memoria dell'eminente studioso toscano. Qualsiasi polemica postuma tuttavia sarebbe inutile e strumentale. Le presunte responsabilità morali di Bandinelli si possono giudicare soltanto se proiettate nel periodo storico in cui esse maturarono. Dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943 l'Italia era caduta in uno stato di totale anarchia, divisa in due dalle truppe alleate e da quelle nazi-fasciste, contesa fra repubblichini e partigiani. E mai come allora prevalse il detto machiavelliano: "Il fine giustifica i mezzi". In tanti, anche gli uomini migliori, finirono per sporcarsi le mani per liberare la patria dalla prepotenza di una folle dittatura.