Ok le infrastrutture ma poco personale per accogliere i circa 3.000 visitatori annui Giorgio Petta Nostro inviato San Cipirello. Fu Giato l'ultima roccaforte degli islamici in Sicilia. In vetta al Monte Jato, a 852 metri di altezza sul livello del mare. In una posizione strategica da cui si dominava l'Alta Valle del Belice Destro a sud, i valichi che si aprivano in direzione della Conca d'Oro e di Palermo a nord-est, la Valle dello Jato ad est, il golfo di Castellammare e il mar Tirreno a nord-ovest. Una e vera propria cerniera geografica e commerciale tra il mondo greco di Selinunte, a sud, e Himera a nord-est, le due città che segnavano il confine dell'ellenicità tra la Sicilia occidentale fenicio-punica e quella orientale delle colonie doriche e calcidesi fondate lungo le coste mediterranea e ionica fino a Zancle, l'odierna Messina. All'interno dell'Isola vivevano i Sicani ad ovest e i Siculi ad est. Erano stati gli Elimi, la popolazione giunta nel XIII secolo avanti Cristo probabilmente dall'Anatolia e che per lo storico greco Tucidide erano originari di Troia, a fondare la città nell'VIII secolo a. C.. Ma prima di loro, in epoca preistorica e nell'Età del Ferro, altri avevano abitato il sito, costruendo capanne rettangolari con muretti a secco tuttora visibili. I greci chiamavano gli abitanti Iaitinoi e la città Iatas; i romani Ietini e Ietenses gli abitanti e Ietas la città. E questo fu il suo nome fino al medioevo, quando diventò Giato. La città fu abitata per circa duemila anni. Fino al 1246, quando fu presa per fame e rasa al suolo dopo tre anni di assedio e gli abitanti deportati a Lucera, in Puglia. Gli arabi in Sicilia sbarcarono nell'827, mettendo fine alla dominazione bizantina. Quando nel 1061 i normanni conquistarono l'Isola, Giato era abitata da islamici che, nel 1079, rifiutarono di pagare i tributi al Conte Ruggero, il quale a fatica riuscì a sottometterle. La rivolta comunque continuava a covare per motivi religiosi e la città diventò presto un punto di riferimento e di raccolta delle popolazioni arabe sparse in Sicilia. L'insurrezione esplose mentre re di Sicilia era Federico II di Svevia, lo «stupor mundi» imperatore del Sacro Romano Impero, re d'Italia e re di Germania, principe di Capua e duca di Puglia. A guidare la rivolta, il califfo Muhammed Ibn 'Abbad al quale, nel 1220, Federico - dopo avere domato la ribellione dei baroni siciliani - inviò un ultimatum che non ebbe alcun risultato. Anzi. Gli islamici, provenienti a migliaia da ogni parte dell'Isola, non solo rinforzarono Giato, ma assediarono Monreale e Palermo e sequestrarono persino il vescovo di Mazara del Vallo. Le operazioni belliche durarono dal 1221 al 1225. Lo stesso imperatore - come risulta dai documenti - guidò personalmente l'assedio alla città fortificata nelle estati del 1222, 1223 e 1224. La svolta si ebbe con la cattura di Mohammed Ibn 'Abbad che, secondo alcune versioni, fu impiccato e secondo altre imbarcato su una nave diretta in Africa, infilato dentro un sacco e gettato in mare. Nel 1225 Federico annunciò la vittoria, ma appena cinque anni dopo ricominciarono i malumori degli islamici. Nel 1243 Giato si ribellò di nuovo. Il conflitto riprese e si protrasse - sotto il comando di Roberto di Caserta che costruì un castello d'assedio di fronte ai bastioni della porta orientale - per tre anni. Nel 1246 Giato fu presa per fame e gli abitanti deportati. Da allora calò il silenzio su Iaitas-Giato, anche se ne scrisse Tommaso Fazello (XVI secolo). Bisognava attendere il 1971, perché la città - dal punto di vista archeologico - tornasse a vivere, grazie al prof. Hans Peter Isler, direttore dell'Istituto di Archeologia dell'università di Zurigo. Da allora, ogni anno, per un mese, gli archeologi svizzeri hanno scavato riportando in luce una parte - quella ellenistico-romana - della città che si estende per 40 ettari sul pianoro inclinato che si trova in vetta al Monte Iato. Il sito archeologico si trova all'interno di un'area di 200 ettari che la Regione e la Soprintendenza hanno espropriato assicurando una zona di rispetto per le prossime ricerche e i futuri scavi. «Probabilmente - spiega Ferdinando Maurici, da un anno direttore del Parco archeologico di Iato e delle aree archeologiche di San Giuseppe Jato e dei Comuni limitrofi - finora è stato portato alla luce appena il 5 della città. Gli scavi potranno proseguire per decenni». Di recente, condotte dallo stesso prof. Maurici che è un medievalista, le ricerche hanno riguardato la porta orientale della città. A un centinaio di metri di distanza, sulla vetta di una collina sottostante, c'è il castello d'assedio realizzato da Ruggero di Caserta, di cui è ben visibile la circolarità delle mura. «Da lì - spiega il prof. Maurici - con le catapulte gli assedianti lanciavano grossi sassi contro i bastioni. Durante gli scavi abbiamo recuperati molti di questi proiettili, alcuni ricavati dai rocchi delle colonne degli edifici greco-romani. Il portone fu sbarrato all'esterno dagli stessi assediati con pietre e terra. Chi veniva all'attacco - aggiunge - era costretto a salire la collina e quando arrivava sotto le mura non aveva dove ripararsi». Dal sito archeologico - uno dei più suggestivi della Sicilia - si gode un panorama mozzafiato che spazia a 360 gradi per decine di chilometri. Fu una grande città Iaitas, tra le 45 città tributarie di Roma, sotto la cui protezione era passata all'epoca della Prima guerra punica. Con un impianto urbanistico che seguiva l'andamento altimetrico del territorio, attraversata da est ad ovest da un asse principale pavimentato, con un'agorà, due bouleterion, un'area sacra, un teatro capace di 4.400 posti, varie case private di gran lusso, fortificazioni, una grande cisterna per la raccolta dell'acqua piovana. Le varie epoche - compresa la distruzione della città ad opera dei vandali nel 440 a cui seguirono i bizantini di cui restano ben poche tracce - si sono succedute l'una all'altra, «cannibalizzando» e riutilizzando il materiale da costruzione degli edifici preesistenti. Di qui la difficoltà degli archeologi che devono lavorare in un'area che racchiude - stratificata - una continuità storica di duemila anni. Iaitas fino ad un quindicennio addietro era irraggiungibile per i turisti, se non a piedi o a bordo di fuoristrada. Poi, grazie ad un finanziamento dell'Unione europea, è stata realizzata la strada, circa 4 chilometri, che si arrampica sui costoni del Monte Iato, fino al parcheggio e alla casa dei custodi, che presidiano il sito 365 giorni all'anno. Per raggiungere l'area archeologica bisogna proseguire a piedi per circa un chilometro. Le infrastrutture, a parte un vecchio e poco leggibile cartello stradale all'imbocco della strada e la mancanza di un distributore automatico di bevande e snack, sono in buone condizioni Ci sono pure le telecamere per la video-sorveglianza affidata a cinque dipendenti regionali. Il sito - che accoglie tremila visitatori l'anno non paganti - è stato chiuso per un mese e mezzo per pericolo d'incendio nell'attesa del diserbo, lavoro appaltato solo dopo lo stanziamento a giugno dei fondi. Un incendio, di origine dolosa, comunque c'è stato. Le fiamme, partite da una discarica abusiva, hanno bruciato il fianco sud del monte sfiorando l'area archeologica. Per raggiungere Iaitas bisogna percorrere la Palermo-Sciacca e uscire a San Cipirello. Qui diversi cartelli, purtroppo sbiaditi dal sole, indicano la direzione da seguire, compreso l'Antiquarium realizzato nelle ex Case D'Alia, un edificio nobiliare di campagna. La visita al museo - tra l'altro gratuita - è un'immersione nella storia bimillenaria di Iaitas. Moderno e completo, usufruibile anche dai non-vedenti che dispongono di una sala multimediale, accoglie circa cinquemila visitatori l'anno. Nella "reception" le brochures in italiano, inglese e tedesco della Soprintendenza sono di grande aiuto per il visitatore. Nelle sale si affrontano i temi del territorio, dell'urbanistica, dell'architettura religiosa, civile e domestica, della cultura materiale, del medioevo - compreso il periodo arabo - e della numismatica illustrati e commentati da cartelli esaustivi ma purtroppo solo in lingua italiana, così come i pannelli che nell'area archeologica descrivono siti ed edifici riportati alla luce. Tra i "must" le 4 cariatidi - due Menadi e due Fauni - che reggevano la scena del teatro. All'Antiquarium - che è dotato di un ampio parcheggio e di bagni - lavora una decina di persone tra dipendenti regionali e contrattisti del Comune di San Cipirello (con cui la direzione del Parco mantiene ottimi rapporti). Ed è l'abnegazione che compensa la carenza di personale. Previsto, sulla carta, in 21 unità. 11082011