Il caso del giorno Sono un milanese in esilio. Ben volentieri mi unisco al giubilo meneghino per il puntuale restauro del nostro Teatro alla Scala. Ma mi duole non leggere, fra le prossime grandi realizzazioni annunciate dal sindaco Gabriele Albertii, un cenno al riallestimento e ampliamento della Pinacoteca di Brera che, trascurata e ridotta negli spazi ormai da vent'anni, mette ora malinconia a visitarla. Eppure potrebbe essere, oltre che delizia per le persone colte e fonte d'educazione per la gioventù, un'enorme risorsa turistica, non seconda a quelle che sono gli Uffizi per Firenze o il Prado per Madrid. Dopo tutto, Brera, se si facesse una graduatoria, rientrerebbe senz'altro per capolavori e numero di pitture, fra le prime cinque pinacoteche d'Europa. Perché questa indifferenza della nostra città per una istituzione tanto importante quanto la Scala? Certo è statale, ma non per questo meno milanese. E se la si sciogliesse rendendo al Veneto e alle Marche i quadri sottratti loro dalla cupidigia napoleonica? Forse sarebbero trattati meglio, e più ammirati. ambasciatore Bernardino Oslo Segretario Generale Unione Latina, Parigi Gentile ambasciatore Osio, apprezziamo i suoi sentimenti di milanese in esilio giustamente orgoglioso del ritorno della Scala nella sede restaurata, e condividiamo il suo sconcerto per lo stato in cui si trova la Pinacoteca di Brera. Scala e Brera fanno parte dello stesso sistema che fa di Milano una capitale culturale di prima grandezza e danno il segno di una modernità che all'estero ci invidiano. Purtroppo, i conflitti di competenze e le colpevoli dimenticanze della classe politica hanno tenuto bloccato ogni progetto per ridisegnare gli spazi museali di Brera: mentre la Scala riusciva a dribblare vincoli e problemi di finanziamento, Brera soffocava negli spazi e nella crisi di fondi, lasciando negli scantinati capolavori, rinunciando persino ad esporre quello che per ogni museo sarebbe un vanto. Nella sua provocazione c'è l'amarezza di chi da trent'anni sente parlare di Grande Brera, di riordino delle sale, di valorizzazione di quell'immensa chiesa gotica che è Santa Maria di Brera, di sistemazione del complesso Braidense, oggi in uno stato vergognoso. La gestione detto Stato non ha brillato e ce ne siamo accorti, ma oggi sarebbe sbagliato lasciarsi andare al pessimismo: per la Pinacoteca siamo vicini alla svolta. Dobbiamo ringraziare l'assessore alla Cultura Carrubba e due ministri dei Beni culturali, Melandri e Urbani, che hanno ridato spinta al progetto che verrà presentato nel giro di qualche settimana. In questi giorni si sta perfezionando il contratto con l'architetto che dovrà studiare come sistemare i nuovi spazi a disposizione della Pinacoteca. I percorsi espositivi passeranno da 4.500 a oltre 8.000 metri quadrati con un incremento del 20 per cento delle opere esposte. Ma non si potrà procedere operativamente alla ristrutturazione fino a quando la Pinacoteca non potrà utilizzare gli spazi lasciati liberi dall'Accademia dì Belle Arti che traslocherà alla Bovisa quadruplicando, a sua volta, gli spazi a disposizione, in quello che sulla carta è un vero e proprio campus studentesco. Se tutto va secondo il «modello Scala», bastano un paio d'anni di lavori. Costo, tra i 50 e i 60 milioni di euro, con finanziamento garantito da Banca Intesa. La vera scommessa, caro Osio, sono i tempi. Sull'area della Bovisa, il Comune sta rivedendo, proprio in questi giorni, il vecchio accordo di programma con il Politecnico. Se salta, è un castello di buoni propositi che cade. Ma dopo la Scala, Brera diventa fondamentale per disegnare la Milano del futuro. Non è mai troppo tardi, ha detto un ex sovrintendente, Carlo Bertelli. Ce lo auguriamo. gschiavircs.it