Un terremoto devastante. Macerie ovunque e la disperazione del dover ricominciare dal nulla. Ma Gibellina non è finita come l'Aquila, "cantiere sospeso» a cielo aperto, che rischia di marcire giorno dopo giorno. Alla sua guida, dopo quei momenti bui di metà agosto del 1968, andò un sindaco (lo fu a più riprese, fino agli anni Ottanta) come Ludovico Corrao, che scelse una via impervia, scandalosa, inedita ma vincente. Attirò a sé i migliori artisti, architetti, urbanisti e chiese loro di dare un contributo alla città. Di ridisegnarla a partire da sé. Non per replicarla ma per reinventarla, iniziando dalla sutura di quella ferita che la natura aveva aperto nel territorio. Chiese a tutti di esorcizzare con la bellezza quella ferita. Di ricucirla con fili fantasiosi per alleviare il dolore della perdita irreparabile di vite umane e della memoria storica e affettiva di una comunità. Nacque cosi il laboratorio-Gibellina, museo open air che, anno dopo anno, venne popolato di opere contemporanee. In quell'atelier speciale, oggi c'è la stella (24 metri) di Pietro Consagra che si staglia nel verde, l'arazzo di Boetti che venne ricamato dalle donne siciliane mentre l'artista soggiornava li, la chiesa-biglia, dal sapore esoterico, di Ludovico Quaroni, il «Sistema delle piazze» di Laura Thermes e Franco Purini. E ancora, la piazza del comune circondata dal portico di Vittorio Gregotti e Giuseppe Samonà, incorniciata dalle pareti decorate con le ceramiche di Carla Accardi. Ma l'opera più imponente e simbolica è senz'altro il Grande Cretto di Alberto Burri, l'installazione di land art che ricopri, con estesi blocchi di cemento bianco, parte della città vecchia distrutta dal sisma: una colatasudario monumentale a ricordo perenne della tragedia. Il «cretto» per Burri (il maestro di Città di Castello scomparso nel 1995) è una sorta di muro smangiucchiato dalle crepe e dal tempo che l'artista otteneva - su piccola scala - mescolando vinavil, acqua e terre sintetiche sulla superficie del quadro. Il labirinto di Gibellina è invece ciclopico, quasi un'onda che s'increspa sulla terra (farà da scenografia teatrale a molti spettacoli concepiti per le Orestiadi). Segue, nel suo tracciato e nelle sue fenditure, l'antico impianto viario della cittadina del Belice. E ha misure che modificano il paesaggio circostante: dieciventi metri per lato i blocchi di cement e solchi percorribili a piedi di duetre metri. Quel Grande Cretto che venne realizzato a metà degli anni Ottanta e che lottò sempre con la crisi endemica dei finanziamenti destinati al patrimonio artistico, tipica del nostro paese, oggi ha bisogno di essere preso in cura. Infiltrazioni d'acqua, piante infestanti, lesioni fra le varie «isole» lo stanno mandando in rovina. Ancora una volta, Corrao era stato in prima linea. Aveva lanciato un appello per la sua salvaguardia, cui avevano aderito personalità della cultura, da Claudio Abbado a Marina Abramovic fino a scrittori come Andrea Camilleri e direttori di musei stranieri, quali il Guggenheim di New York e il Pompidou di Parigi.
Gibellina. La scommessa della bellezza contro il dolore
Gibellina, una città del Belice, è stata devastata da un terremoto nel 1968. Il sindaco Ludovico Corrao ha deciso di ricostruire la città, chiedendo ai migliori artisti e architetti di contribuire al progetto. La città è stata trasformata in un laboratorio di arte contemporanea, con opere di artisti come Pietro Consagra, Boetti e Alberto Burri. Il Grande Cretto di Burri è un'installazione di land art che copre parte della città vecchia distrutta dal terremoto. La città è stata progettata per essere un labirinto, con blocchi di cemento e solchi percorribili a piedi. Tuttavia, il Grande Cretto sta iniziando a deteriorarsi a causa dell'umidità e delle piante infestanti.
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