Viaggio inedito nella galleria che tutto il mondo invidia all'Italia, fra le sue stanze segrete, i capolavori che escono dai depositi e un modello culturale in grado di produrre soldi per importanti restauri e mostre che mettono d'accordo critica e pubblico. L'odore forte di muffa qui non c'è. Per una volta dovrà farsi da parte l'immaginario collettivo che vorrebbe magazzini dei musei pieni di opere accatastate negli umidi sotterranei. Qui non si scende in cantina: per entrare nei depositi degli Uffizi di Firenze si contano 38 scalini, da fare in salita, fino a un luogo che avrebbe placato pure la verve polemica di Federico Zeri. Il critico d'arte definiva «camere mortuarie» le riserve delle pinacoteche italiane. Nell'articolo «Scandalo in cantina» criticava la follia di relegare nell'oblio un pezzo del nostro patrimonio artistico fino a fame cosa morta. Eppure qui, oggi, anche un redivivo Zeri avrebbe ammesso di trovarsi in un laboratorio di cultura vivo e produttivo, che in tempi di dolorosi tagli e budget limitati riesce a valorizzare le opere, producendo denaro per grandi restauri e mostre che mettono d'accordo critica e pubblico. In una ventina di stanze per oltre 1.340 metri quadrati inaccessibili al pubblico (aperti soltanto agli studiosi su richiesta) sfilano le opere di Luca Signorelli, Lucas Cranach, i grandi maestri del Rinascimento e del Barocco, allievi di bottega e artisti minori, interi lasciti di collezioni private e nomi noti del Novecento come Robert Rauschenberg, Emilio Vedova, Ottone Rosai, Antonio Ligabue «Se solo potessero, i quadri in galleria farebbero loro le scale per andare nei depositi» dice Antonio Natali, direttore degli Uffizi, «perché lì godono di condizioni microdimatiche perfette». È come una quadreria secentesca: oltre 2 mila tele rivestono le pareti da terra al soffitto. Tutto è catalogato e archiviato per epoca e scuola, dai 1.200 autoritratti delle prime sale con Primaticcio, Arnold Böcklin e Igor Mitoraj, fino a capi d'opera come Il ritratto del cardinale Cesare Baronio attribuito a Caravaggio, la Caterina Cornaro di Tiziano, i dipinti di Giorgio Vasari, Jusepe de Ribera, Artemisia Gentileschi, Giambattista Tiepolo. «Non si dica però che con queste opere si potrebbe fare un nuovo museo» avverte Natali. «Sarebbe una spesa sproporzionata e inutile perché non lo visiterebbe nessuno. I capolavori non sono poi tanti, e quei pochi che ci sono troveranno spazio nelle sale dei nuovi Uffizi», ovvero l'ampliamento dell'attuale museo il cui primo lotto si concluderà probabilmente già il prossimo anno. «Il nostro obiettivo non è duplicare strutture» continua Natali «ma affinare il gusto del pubblico, far capire che non esistono soltanto i Leonardo, i Botticelli e i Michelangelo». Per questo il trittico di Agnolo Gaddi è uscito dai depositi nel 2009 per diventare protagonista in una pieve sperduta fra i campi di grano nelle campagne tra Firenze e Bagno a Ripoli. «Il trittico» spiega Natali «è stato portato sull'altare per cui era nato 700 anni fa. E in mostra erano presenti le tavole realizzate dagli stessi artefici degli affreschi trecenteschi che ornano la chiesa. Ci sono stati giorni in cui c'era la neve a mezza gamba» ricorda il direttore «eppure 15 mila persone hanno sfidato l'inverno per andarci. Più di 30 sponsor, dall'idraulico al piccolo commerciante ognuno con 2 mila euro, hanno colmato la metà dei costi. Cerano visite guidate, attività per i bambini, spettacoli teatrali, agriturismo per l'ospitalità Si è mossa insomma un'economia locale che ha sostenuto una seria iniziativa storico-artistica». Dal Beato Angelico a Pontassieve fino alle mostre di Figline con Masaccio e di Benozzo Gozzoli in Valdelsa, il ciclo dal titolo La città degli Uffizi, con otto rassegne in tre anni, ha portato allo scoperto grandi maestri, nomi minori, artisti poco noti eppure notevoli e fortemente legati al territorio. Col risultato che ora, spiega Natali, «dai comuni intorno a Firenze abbiamo prenotazioni per mostre simili da qui al 2015». Si è spinta ben oltre le colline del Chianti, invece, la Venere della pernice di Tiziano: uscita dai depositi in compagnia di altri 81 dipinti, ha girato la Cina per una grande mostra itinerante (si è da poco condusa) che ha registrato più di 1 milione 200 mila visitatori in 15 mesi. È così che si trovano i soldi necessari per la manutenzione del museo. Invece per i grandi restauri, come quello in corso della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, i mecenati è facile trovarli. Ma per Natali soldi e prestiti sono parole delicate. Sebbene la Pallade e il centauro di Sandro Botticelli abbia appena lasciato gli Uffizi alla volta del Museo Pukin di Mosca, nell'ambito di uno scambio Italia-Russia, quando invece nel 2006 il ministro della Cultura Francesco Rutelli dispose la trasferta a Tokyo dell'Annunciazione di Leonardo il direttore si oppose fino alla fine, tanto che, pur avendo predisposto ogni dettaglio per il viaggio, non presenziò alla cerimonia di partenza dell'opera. «Dopo di allora ho mandato al ministero una lista di 23 opere che considero imprestabili perché costituiscono i vertici dell'espressione figurativa occidentale di ogni tempo e non possono essere soggette al minimo rischio. C'è molto altro che può essere condiviso, anche a partire dalla collezione dei depositi. E il denaro non può mai essere il fine ultimo delle nostre attività. Il primo obiettivo resta l'educazione. La valorizzazione culturale, quando è pensata con lungimiranza, porta anche denaro». La passione con cui parla Antonio Natali è la stessa che informa i suoi collaboratori, non solo gli storici dell'arte. E la segretaria Patrizia Tarchi che per Panorama apre porte, indica corridoi e addita capolavori. Sono gli operai della squadra tecnica (meriterebbero tutti una laurea ad honorem) che raccomandano una sosta davanti alla Salita al calvario di Bruegel il Vecchio e mostrano il gruppo dei fiamminghi impacchettati, pronti per essere trasportati in una sala dei nuovi Uffizi quando i lavori saranno completati. Di fianco all'ultima porta, prima dell'uscita che riporta in galleria, c'è una tela senza più traccia di colore, tanto è danneggiata. «È colpa dell'attentato ai Georgofili del 1993» spiega uno degli operai. «È tutto quel che resta dei Giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, grande caravaggesco. Un vero peccato, eh? Ma è giusto che sia conservata anche così. Chi mai avrebbe il coraggio di buttarla via?».
Gli Uffizi come non li avete mai visti
Il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, descrive la galleria come un laboratorio di cultura vivo e produttivo, nonostante le difficoltà economiche. I depositi degli Uffizi contengono oltre 1.340 metri quadrati di opere d'arte, tra cui capolavori di artisti del Rinascimento e del Barocco. Natali spiega che il suo obiettivo non è duplicare strutture, ma affinare il gusto del pubblico e far capire che non esistono solo i grandi maestri dell'arte. Il trittico di Agnolo Gaddi è stato uscito dai depositi per essere esposto in una pieve in campagna, e il direttore ricorda che 15 mila persone hanno visitato la mostra.
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