Il soprintendente comunale Eugenio La Rocca promise (30 marzo scorso) l'imminente esposizione del plastico definitivo del progetto di Richard Meier per l'Ara Pacis e «l'attivazione di un infobox nel cantiere». Nulla di tutto questo è mai avvenuto, si continua a lavorare al riparo di un recinto impenetrabile. Ed è ovvio. La Rocca ha le sue ottime ragioni. Come dimostrano le notizie che oggi ci riferisce Lilli Garrone, il progetto Meier è ancora un work in progress. L'unica certezza è lo slittamento dell'inaugurazione da aprile a settembre. Disse poco tempo fa non un gruppo di estremisti nostalgici della teca di Ballio Morpurgo ostili alla giunta comunale ma la sezione romana di Italia Nostra, animata per anni da un signore che si chiamava Antonio Cederna: «Progetto ambiguo e oscuro, nessuno sa cosa stia accadendo lì dentro». Non per niente, la commissione presieduta da Leonardo Benevolo, che aveva suggerito ampie revisioni del piano, è stata sciolta senza alcuna conclusione. Le novità, sulla carta, sembrano rasserenanti: vetrate più ampie, dunque maggiore ricorso alla luce naturale, continuità nell'uso del travertino di Tivoli. Di sicuro c'è anche l'aumento della spesa. Ma nella lunga e tormentatissima vicenda dell'Ara Pacis, alla fine, cinque milioni di euro in più finiscono con l'essere un dettaglio. Il difetto è nelle radici dell'operazione: un incarico diretto affidato a Meier dalla giunta Rutelli senza alcun concorso internazionale e quindi senza il giudizio di una giuria competente (come accade in qualsiasi capitale del mondo democratico, soprattutto quando si tratta di intervenire così sensibilmente nel cuore antico di una città, e parliamo di Roma!). Meier è notoriamente abituato a esprimersi in spazi contemporanei, come dimostra la sua splendida chiesa recentemente inaugurata a Tor Tre Teste. Più problematico è il suo rapporto con l'antico. E questo difetto di origine (l'aver scelto non il progetto migliore ma l'aver nominato sul campo l'architetto preferito, sottoponendo poi il progetto alle competenti soprintendenze per un elementare obbligo di legge) ha fatalmente minato l'impresa. Le tante critiche di numerosi e accreditati addetti ai lavori (Massimiliano Fuksas, Giorgio Purini, Giorgio Muratore, per non citare l'ira funesta dell'allora sottosegretario Vittorio Sgarbi) sono state accolte spesso con evidente fastidio. E così oggi è impossibile non fare paragoni. Come non pensare alla chiarezza con cui si è proceduto, anche in mezzo a mille difficoltà, con l'Auditorium di Renzo Piano? Quel cantiere è sempre stato apertissimo e dialogante, per-sino nei momenti di crisi più profonda. Come non pensare all'operazione milanese della Scala, conclusasi perfettamente nei tempi stabiliti? A Milano il progetto di Mario Botta è stato amato o detestato, ma sempre con cognizione di causa. L'Ara Pacis è invece una specie di astronave che incombe sul centro storico. Le visite al cantiere sono state rare e ormai lontane nel tempo. Da oggi però sappiamo che il nastro verrà tagliato a settembre. Meno male. Una certezza, una sola, almeno c'è.