Giardini Naxos Giardini Naxos.Sarà perché basta attraversare la strada e sei già sull'ammiccante lungomare Schisò. O sarà magari per l'informale gentilezza del personale che ti accoglie in questo viaggio a ritroso nei millenni. E sarà pure per la (piacevole, peccato che non è pubblicizzata bene) scoperta in biglietteria: quattro euro - e tre giorni di tempo - per visitare i maestosi resti della prima colonia greca in Sicilia, ma anche il paradiso naturalistico di Isola Bella. Sarà per tutto questo, per il caldo e per qualche altra cosa che ci sfugge, eppure i tesori di Giardini Naxos ci viene quasi voglia di visitarli in bermuda e infradito. Come le migliaia di turisti che - per quasi sei mesi l'anno - inseriscono nel loro itinerario balneare una capatina al museo e all'area archeologica di Naxos, accoppiandola alla gita a Isola Bella. Non a caso nel 2010 il picco dei 23.110 visitatori è stato raggiunto nel periodo maggio-settembre, con circa 14mila ingressi. Sale espositive e i sentieri (tutt'altro che degradati, al contrario di altri parchi archeologici siciliani: c'è pure un perfetto prato inglese) da condividere con le turiste in bikini. Non fatevi ingannare, però. Perché l'itinerario è di altissimo valore: dall'abitato bizantino alle fortificazioni arcaiche, fino primo insediamento coloniale. Una macchina del tempo fra l'VII e il V secolo a. C., con la possibilità di ammirare nelle sale espositive le ceramiche più antiche di Sicilia, i reperti di mezzo secolo di scavi, più tutte le meraviglie ritrovate da Paolo Orsi. Tutto molto suggestivo, ma con una sensazione che ti si appiccica sulla pelle. È come se mancasse qualcosa. Nonostante l'appassionata gestione di Maria Costanza Lentini, oggi direttrice del cosiddetto "Parco archeologico di Naxos e delle aree archeologiche di Giardini Naxos, Taormina, Francavilla e dei Comuni limitrofi". Tradotto dal burocratese: una donna che per queste pietre dà l'anima, dal 1983, raccogliendo l'ingombrante testimone di Paola Pelagatti. E non nasconde certo i problemi. A partire da quello più elementare: lo spazio. «Vorremmo rendere ancora più fruibile l'allestimento - ammette Lentini - e soprattutto esporre numerosissimi reperti rinvenuti negli scavi più recenti, ma purtroppo la grandezza delle sale (un fortino borbonico che ingloba un torrione del tardo Cinquecento, ndr) per adesso non ci permette di pensare in grande». Il grande sogno? L'assist arriva da Giuseppe Mercurio, ex dipendente della Sovprintendenza e da sempre apprezzato esperto della storia di Naxos: «La soluzione ideale sarebbe quella di utilizzare il palazzo Paladini, conosciuto anche come castello di Schisò». Ovvero: un contenitore suggestivo (un fortino del '400, poi fattoria e torre d'avvistamento), a due passi dal museo e dall'area archeologica. Troppo bello per essere vero. E quindi impossibile. Perché il castello è di proprietà di privati - una famiglia catanese di sangue blu - che, legittimamente, hanno altri ben altri progetti. «Abbiamo proposto due espropri - ricorda la direttrice - e presentato un progetto di recupero, giudicato ammissibile ma non finanziato, forse perché troppo ambizioso». Il punto è sempre quello: non ci sono i soldi. Come per illuminazione (assente) e videosorveglianza (inutile al buio), tant'è che in passato i tombaroli hanno fatto capolino da queste parti. La sede, le luci, la sicurezza. Altre battaglie, tutte in salita. Come quella, solitaria, che la direttrice Lentini sta combattendo contro la costruzione del porto turistico: «Per una questione di estetica, di tutela paesaggistica. E di civiltà». Intanto gli scavi continuano. Non per molto, visto che i finanziamenti della Regione stanno per finire. L'archeologa Maria Grazia Vanaria ci guida nella caccia ai tesori - dalla Grecia all'età del Bronzo - mentre gli operai scavano senza sosta. «I turisti che arrivano si fermano con noi, ci chiedono con interesse. È gratificante per chi fa questo lavoro con passione...». Accanto a noi, per tutta la mattinata, c'è Franz Buda, avvocato («fino alla morte»), ex vicesindaco, presidente dell'Archeoclub Naxos-Taormina. Prodigo di nozioni storiche, ci riserva un dopo-tour nei siti più nascosti (e "impolverati") della città. Il primo è l'arsenale navale di età classica di via Larunchi: «È stato depredato di pietre, ci hanno costruito tutti i palazzi dell'intero comprensorio. I taorminesi, qui hanno fatto peggio dei barbari. Ora si potrebbe valorizzare l'area, ripulendola dalle erbacce e ricostruendo la nave di Teocle: i turisti arriverebbero a frotte, come nel Pireo». L'altro è il tempietto di Afrodite del 4 secolo, racchiuso in una specie di "cuccia" all'interno di un condominio di piazza Recanati. «Non si può visitare - dice Buda - perché il portinaio è già andato a pranzo. E dire che basterebbe creare un ingresso dall'isola ecologica del comune e concordare delle visite con i proprietari del complesso residenziale». Intanto il tempietto resta lì, sotto vuoto. Ma in fondo se la passa meglio di quella carcassa di un carro di Carnevale. Che è essa stessa un reperto "archeologico" di un'era - la nostra - senza più memoria nemmeno del presente.