La Torino del primo decennio del Novecento appare una capitale italiana della cultura: università, case editrici, riviste scientifiche di prestigio, istituti e laboratori di ricerca animati da grandi personalità, capaci di abbinare scienza e divulgazione, insegnamento ex cathedra e attività politica. Nella carica di rettore dell'Ateneo al fisiologo Angelo Mosso e al chimico Michele Fileti, succede un giurista, Giampietro Chironi, civilista, attento alle problematiche sociali, deputato e consigliere comunale, prima di essere nominato, dopo il triennio di rettorato (1903-'906), senatore. Nel 1904, dunque, è Chironi alla testa di quell'ateneo che si appresta a festeggiare il suo quinto centenario: si appresta, ma le cerimonie saranno rinviate al 1906, a causa di un evento gravissimo, che produce pesanti danni sulla storia culturale della città e sulla sua stessa capacità di avere memoria del passato. Nella notte del 26 gennaio, infatti, un incendio scoppiato nella Biblioteca Nazionale Universitaria - uno dei centri più importanti della vita culturale torinese - per cause connesse all'impianto elettrico, produce danni gravi e sovente irreparabili: un patrimonio ingentissimo, comprendente quasi tutta la raccolta libraria di Casa Savoia, va distrutto. Sono coinvolti nel rogo migliaia di manoscritti (ebraici, greci, latini, francesi, oltre che italiani) e oltre mille incunabuli, «aldine», codici ed altro materiale d'inestimabile valore. Cinque sale sono devastate dalle fiamme, che riducono in cenere trentamila volumi. Superato il primo choc e mentre l'inventario delle distruzioni è ancora in corso si aprono le polemiche; e si scopre che da un trentennio la Biblioteca chiedeva mezzi per provvedere alla «messa in sicurezza» dell'edificio; dal Ministero della Pubblica Istruzione si rispondeva invariabilmente lamentando la penuria di fondi. L'introduzione di mezzi «moderni» per riscaldare e illuminare l'edificio, non aveva prodotto una pari attenzione ai rischi: i cronisti dell'epoca fanno subito notare, statistiche alla mano, che l'Italia è fra i Paesi europei, uno di quelli che spendono meno per la prevenzione degli incendi... E dire che poco tempo prima di Torino, un incendio ha devastato il Monte Pegni del Banco di Napoli, distruggendo tesori. Del resto il caso di Torino non è anomalo, né suona insolita la problematica che l'incendio rivela. Già della maggiore biblioteca italiana, la Nazionale di Firenze (che aspetterà poco più di un sessantennio per cedere alla furia dell'Arno) si dice che i libri sono accastati «fin dentro gli acquai delle cucine». E non sono poche le voci, cui daranno poi stentorea eco gli sciamannati futuristi, che piuttosto che spendere per «conservare» volumi ormai vecchi di secoli, o addirittura manoscritti, e aggiungervi la spesa della loro protezione, si debba investire nell'acquisto delle opere dei «giovani»... «Distruggiamo le biblioteche» (e i musei e i professori...), invocherà l'invasato Marinetti qualche anno dopo; non c'era in realtà bisogno di alcun'azione luddistica. Pensava a tutto il caso o la natura, e l'incuria dei governanti, e il rimpallo di responsabilità fra autorità locali e centrali. Nihil sub sole novi, dunque. Nemmeno la proverbiale generosità italica: furono numerose le donazioni piovute, a partire dall'indomani e negli anni seguenti, sulla Biblioteca, che potè ricuperare in parte il perduto, in parte acquisire nuovo patrimonio. Donazioni, insieme con attestati di solidarietà e aiuti concreti, giunsero anche dall'estero, mentre a partire dalla fine del 1999, in chiusura di quel secolo che si era aperto con l'incendio, è messo a punto un progetto di ricupero, sulla base delle tecnologie più avanzate, del fondo manoscritto, o meglio di quella parte sopravvissuta, pur danneggiata dal rogo. Operazione complessa, difficoltosa oltre che gravosa economicamente. Forse qualcuno potrebbe osservare, come con vis polemica paradossale, uno scrittore, Diego Angeli, scrisse nel 1904: «Credo che non ci resti oramai altro scampo che incoraggiare con ogni forza la vendita dei nostri tesori d'arte, vendita che consolerà i ministri del Tesoro d'italia e darà finalmente ai funzionali della Minerva (ossia la Pubblica Istruzione, oggi diremmo dei Beni Culturali) quella pace e quella tranquillità di cui sono così giustamente desiderosi». Un suggerimento che sembra che il governo Berlusconi stia prendendo in seria considerazione...