In questo caso, «dietro» al souvenir fallico della Torre di Pisa che tanto ha indignato il sindaco e la Diocesi della città. Sicura deriva di tutti i problemi impostati male, il moralismo ha già fatto risuonare il suo lessico inconfondibile («Sconcezza», «vergogna»), che, come è noto, non solo non risolve niente ma anzi contribuisce a irrigidire le posizioni. Si provi, piuttosto, a fare un giro per le bancarelle del centro storico di Firenze, contando gli (effettivamente) innumerevoli falli che anche qui decorano grembiuli da cucina, mutande, magneti per frigoriferi, cartoline, fra cui la fotogallery «Piselli italici», con primi piani sulle parti basse del David, del Bacchino di Boboli, del Priapo di Pompei, e pur in assenza (ma forse è solo questione di tempo) di una «rilettura» fallica del campanile di Giotto. Si rifaccia però poi il giro considerando anche tutto il resto, e cioè limmensa paccottiglia (prodotta, si intende, in Cina) di ventagli finto castigliani e maschere veneziane, magliette di Mutu e calamai in vetro di Murano, magneti con Piazze del Duomo incorniciate da delfini e la sconfinata utensileria devozionale, i Padri Pii e i beati Giovanni Paoli II, le Marie azzurrovestite sullo sfondo di orologi a cucù. E ci si chieda, con onestà intellettuale, che cosa rappresenti tutto questo da un punto di vista culturale. Tutto questo vuol dire anche i falli, per carità, ma non solo, e forse neanche per primi. Imputabili, sì, ma perché da soli, e non insieme a tanti altri «articoli»? Solo apparentemente «innocenti», nei fatti ugualmente «pornografici», perché frutto della svendita, in nome del profitto più facile - quello del turismo «di passo», incolto, consumista - di un patrimonio inestimabile di creatività diffusa, sapienza artigianale, gusto commerciale, orgoglio di appartenenza, che un tempo «facevano» Firenze alla pari dei suoi monumenti, funzionando da loro sicuro presidio, ben più di quanto non lo siano, oggi, le indignazioni a posteriori. Ancora una volta la politica, anziché alle scorciatoie moralistiche, è chiamata a sporcarsi le mani. Fra far chiudere le bancarelle «colpevoli», e trattare con le categorie economiche una riconversione commerciale di tutte quante, anche di quelle che in San Lorenzo vendono Duomi e delfini, è meglio la seconda. Perché, appunto, è questione di governo, non di falli.
TOSCANA - ma la volgarità è anche il resto
Un articolo di giornale critica la vendita di souvenir fallici nella città di Firenze, considerandoli un esempio di "sconcezza" e di contributo alla "vergogna" della città. L'autore suggerisce di fare un giro per le bancarelle del centro storico e contare gli "innumerevoli falli" che decorano gli oggetti venduti. Inoltre, l'autore critica la politica per non affrontare il problema in modo efficace, suggerendo invece di trattare con le categorie economiche una riconversione commerciale delle bancarelle. L'autore considera che il problema è di governo, non di moralismo.
Nota: Il testo originale è stato modificato leggermente per adattarlo al formato richiesto.
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