I tagli alla cultura e il caso emblematico della Tomba della Scacchiera, una delle domus de janas della piana di Bonorva. Un sito internet - Carta di Valletta alla mano - chiede l'apertura al pubblico dello splendido monumento archeologico, ma non bastano i finanziamenti per un'immediata opera di recupero: aprire la tomba significherebbe esporla agli agenti atmosferici e ai tombaroli C'è una Sardegna che molti sardi non hanno mai visto e forse non potranno mai vedere. È quella dei tesori e dei monumenti nascosti per mancanza di fondi e per, ultimo disperato tentativo, tener lontani vandali, degrado, e tombaroli del Duemila. Tra queste meraviglie celate alla vista dei più c'è anche la cosiddetta "Tomba della Scacchiera", una (la numero 7) delle domus de janas che compongono la necropoli di Sa Pala Larga, a due passi dalle tombe Sant'Andrea Priu, nella piana di Bonorva, ricchissima di siti archeologici. La tomba, che presenta i caratteristici elementi architettonici delle domus de janas, ha soprattutto una serie di decorazioni parietali (spirali rosse lunghe anche 70 centimetri, elementi geometrici, e appunto motivi "a scacchiera" di incomparabile bellezza). Il monumento, formato da un dromos con un prospetto architettonico scavato nella roccia che conduce ad una grande tomba con tre celle laterali, attualmente è sigillato e non visitabile. La domus de janas si trova in una zona denominata "Tenuta Mariani", dove nel 2002 era stata identificata una necropoli. Nel 2007 una serie di scavi guidati dalla Sovrintendenza archeologica di Nuoro e Sassari hanno restituito la domus de janas. La tomba che finora è stata visitata da pochissimi studiosi, è decorata con disegni realizzati con l'ocra rossa brillante, con protomi taurine scolpite nel lato maggiore della camera principale e con un tetto alto circa 1,70 metri scolpito come se fosse composto da assi di legno dipinte alternativamente in blu scuro e bianco. Ma l'elemento più interessante è costituito dalla serie di grandi spirali dipinte, ben sette, alcune delle quali unite tra loro. La qualità delle antiche pitture è straordinaria, e nel soffitto è presente anche il già citato motivo geometrico a scacchiera con parti bianche e scure. Al momento del ritrovamento il padrone del terreno avvisò il Comune di Bonorva, nel frattempo la Sovrintendenza si premunì, sistemando un lastrone di pietra all'ingresso della tomba, per impedirne l'accesso. Nacque un caso che con il passare degli anni ha scatenato un enorme dibattito sul web: da una parte la Sovrintendenza archeologica per le Province di Sassari e Nuoro, dall'altra, due giornalisti romani, Paola Arosio e Diego Meozzi, appassionati di siti megalitici, fondatori della rivista on line Stonepages.com. Arosio e Meozzi tuttora criticano attraverso articoli e appelli le modalità di conservazione, tutela e valorizzazione del monumento. La Sovrintendenza, che ha guidato lo scavo realizzato con fondi regionali dagli archeologi de La Sapienza Francesco Sartor e Cecilia Parolini tra il settembre 2008 e l'aprile 2009, ritiene la chiusura «temporaneamente necessaria» per la conservazione del monumento. Arosio e Meozzi, sostenuti dall'archeologo George Nash, del Dipartimento di Archeologia ed Antropologia dell'Università di Bristol, appellandosi alla Convenzione europea della Valletta per la salvaguardia del patrimonio archeologico e la condivisione delle scoperte con la comunità scientifica, rimproverano alla Sovrintendenza di aver chiuso la tomba con un blocco di pietra, che poi è stato ricoperto di cemento, precludendo così il sito sia ai visitatori e ai ricercatori. Immediata la risposta della Sovrintendenza, arrivata tramite la responsabile al servizio tutela Luisanna Usai: la necropoli si trova in un luogo isolato, difficilmente accessibile e che la tomba prima è stata avvolta con un materiale protettivo, quindi è stata ricoperta di terra e di cemento, ma non a contatto con la roccia trachitica. Il punto è che la mancanza di finanziamenti e la deperibilità delle pitture della tomba giustifica l'intervento della Sovrintendenza, spinta per la salvaguardia del bene ad una soluzione graduale. Il tempo è dalla parte degli archeologi e degli studiosi, che presto, attraverso il primo numero di Erentzias, la nuova rivista della Sovrintendenza (la pubblicazione verrà presentata nella sala conferenze del Museo Sanna alle 18 del 24 settembre), renderanno noti gli studi sulla domus de janas. La soluzione drastica e le incomprensioni sono riconducibili alla cronica mancanza di soldi da destinare ai beni culturali. La Sardegna pullula di tesori abbandonati in luoghi inaccessibili, ricoperti dalla vegetazione o dimenticati in terreni privati. Nuraghi che cadono a pezzi, menhir e domus de janas vietati ai turisti. Privi di indicazioni e cinti da muretti a secco, su terreni adibiti a pascolo: è il caso del nuraghe Antigori (Sarroch), necropoli ipogeiche neolitiche come quelle di Su Crocifissu Mannu a Porto Tomes, Mandra Antine (Thiesi), Sos Furrighesos ad Anela, per non parlare dell'Anfiteatro romano, della necropoli di Tuvixeddu e della Villa di Tigellio a Cagliari. Il patrimonio culturale dovrebbe essere un volano economico, in grado di produrre ricchezza e occupazione, e soprattutto risorse da reinvestire nella valorizzazione e conservazione dei siti archeologici. In realtà la mancanza di fondi va di pari passo con il disinteresse e in alcuni casi con la carenza di conoscenze. Un esempio su tutti: l'interrogazione presentata nel 2009 dal senatore Piergiorgio Massidda all'allora ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi in merito ad un presunto atto di vandalismo (asportazione del graffito di un cervo) commesso da ignoti ai danni di una delle tombe ipogei-che (la cosiddetta "Tomba del Re") nel sito di Sos Furrighesos tra Anela e Ittireddu. Tutto vero. Ma il danno, come scrisse anni prima la professoressa di preistoria e protostoria Giuseppa Tanda, risaliva a 40 anni prima.