Ci sono dentro le montagne del Messinese, in territorio di Fiumedinisi e di Alì, delle vene di oro e di argento che con i prezzi di oggi sarebbe utile scavare, ma esiste un veto della Soprintendenza di Messina per salvaguardare il territorio Dieci anni fa. Una società italo-australiana chiese il permesso di scavare, ma la Regione rispose negativamente Ci sono dentro le montagne del Messinese, in territorio di Fiumedinisi e di Alì, delle vene di oro e di argento che con i prezzi di oggi sarebbe utile scavare, ma esiste un veto della Soprintendenza di Messina per salvaguardare il territorio. In quell'area di argento se ne trovò in grande quantità nel 1700. L'imperatore Carlo VI d'Austria - recita Internet - nel 1726 fece intraprendere lo sfruttamento minerario facendo costruire una fonderia sotto la direzione degli ingegneri tedeschi Giovanni Langher e Giovanni Trisher. Con quell'argento di abbondante produzione vennero coniate monete con l'immagine dell'imperatore e sul rovescio appare la Sicilia con la scritta «Haec funditor ex visceribus meis» («Questa moneta è fusa con il metallo delle mie viscere»). Roba da numismatici. Siccome in zona dovrebbero esserci oro e argento, sarebbe opportuno approfondire la questione: non si può musealizzare un territorio, perché poi in fondo si tratta di scavare nei tunnel e l'impatto ambientale è soltanto molto relativo. Tra l'altro è un periodo dove in altre parti del mondo si torna a scavare in vecchie miniere abbandonate, visto il rincaro dell'oro. La Regione dovrebbe prendere l'iniziativa e rilasciare concessioni di ricerca. «Dieci anni fa - ricorda Angelo Trupia, ingegnere capo del Distretto minerario di Catania, ex Corpo regionale delle miniere - una società italo-australiana chiese alla Regione un permesso di ricerca per oro, argento e altri metalli derivati in quella antica area del Messinese, evidentemente era convinta di trovare ancora metallo prezioso, ma non ottenne l'autorizzazione. Questa società fece ricorso, ma poi abbandonò l'impresa. Si chiamava "Mining research". All'inizio degli Anni 80 anche l'Ente minerario siciliano cercò l'oro nella zona di Tripi, vicino ad Alì, ma si fermò presto. Insomma, magari avremo oro e argento sotto le nostre montagne, ma non lo sappiamo perché attualmente non si può procedere all'estrazione per vincoli paesaggistici». «Con il prezzo attuale dell'oro - dice l'ingegnere Trupia - sarebbe utile scavare perché se in una tonnellata di materiale si trovano due grammi d'oro è già conveniente, però bisognerebbe vedere anche la consistenza del giacimento, perché non siamo in Sudafrica, dove tra l'altro il costo della manodopera è basso». Ma che impatto può esserci, visto che si scava in galleria? «Anche questa è una situazione da rivedere. L'unica miniera, ma questa di sale, che non ha assolutamente impatto ambientale è quella di Petralia, perché è tutta al fondo, all'interno. Tra l'altro ha un sistema di estrazione moderno, mentre la miniera di Realmonte è semimoderna in quanto si scende giù con le gabbie. Dal punto di vista della convenienza una miniera di sale rende più di una miniera di oro, perché le spese non sono molte e il prodotto si vende bene. Ha mai sentito parlare di crisi delle miniere di sale, di licenziamenti o di cassa integrazione? Solo in due anni ci sono state lamentele, un anno perché c'è stato un inverno caldo e il sale non si formava e un altro perché chiusero uno stabilimento chimico a Priolo e non vendettero il sale chimico, per il resto tutto tranquillo perché anche se vendiamo il sale a 50 centesimi al chilo, con una tonnellata ricavi 500 euro e le spese sono limitate. Ad esempio nella miniera di sale di Petralia con le pareti che sono tutte di sale basta passarci la fresa per accumulare il prodotto. Si scende fino a 250 metri, dove arrivano anche i camion. Il sale viene portato a livello strada e viene impacchettato. Premetto che ci occupiamo soprattutto di cave, nella Sicilia orientale ce ne sono 180, poi 130 nella zona di Caltanissetta e 150 nella Sicilia occidentale, soprattutto a Trapani dove si produce marmo pregiato, per il resto le miniere in attività sono quelle che avevo detto dell'estrazione del sale, salgemma e sali potassici, perché le ultime miniere di zolfo sono state chiuse nel 1985», cioè quando gli americani trovarono il sistema di liquefare lo zolfo con acqua bollente per poi risucchiarlo in superficie con le pompe. Quante sono le miniere di sale? «A Petralia abbiamo salgemma, metà viene venduto per uso alimentare e metà nella chimica a style"color:inherit;text-decoration:none;cursor:default;font:inherit" href"https:farmaciaditurno24.com"farmaciaa ad esempio per bicarbonato di sodio e come antigelo. Le miniere di Racalmuto e Realmonte che assieme a quella di Petralia appartengono all'Italkali, una società mista Regione-privati, producono sale per uso industriale». Nessuna miniera nella Sicilia orientale? «Giuridicamente anche le acque minerali e termali fanno parte del settore minerario. Per il resto ci sono a Ragusa tre miniere di asfalto naturale che serve a fare le mattonelle». Qual è la forza lavoro nelle miniere? «Ciascuna è diversa dall'altra. Ad esempio conosco bene la miniera di Petralia perché sono stato un anno ingegnere capo al Distretto minerario di Palermo. Lì la forza lavoro era di 50 persone impiegate direttamente nell'estrazione, però c'è poi l'indotto, cioè il trasporto, la distribuzione, la commercializzazione». Ma il sale lo vendiamo in Sicilia o lo esportiamo? «E' un mercato libero, posso soltanto dire che si vende tutto e a prezzi convenienti». Insomma, la produzione di sale va benissimo, non ha avuto crisi, ma se non scaviamo non sapremo mai se nelle viscere delle nostre montagne ci siano oro e argento. E chissà se l'Etna nasconda qualcosa. nel suo ampio ventre. 30072011