Sono del «divin pittore» tre affreschi ora fuori d'Italia, a Bellinzona I frati di Monteripido li staccarono dalla loro chiesa, sfidando il Papato - - L'ANNO che volge al termine ci regala tre opere del Perugino dopo aver registrato un sensibile interesse di studio e ricerca collezionistica per il maestro di Raffaello. A Pietro Vannucci, questo il vero nome dell'artista (Città della Pieve, 1448 c.-Fontignano, 1523), è stata nei mesi scorsi dedicata una delle rassegne più fortunate e belle del 2004, «Perugino - il divin pittore», tenutasi a Perugia presso la Galleria Nazionale dell'Umbria. Ecco poi, a corredo, le pubblicazioni che l'hanno accompagnata: «Perugino pittore devozionale - modelli e riflessi nel territorio di Cordano»; «Perugino - itinerari in Umbria» e, più specialistico, «La ceramica Umbra al tempo di Perugino», a richiamare l'attenzione sull'influsso che nel primo Rinascimento le sue idee estetiche ebbero anche in campi artistici limitrofi alla pittura. Quindi un Perugino interpretabile come uno dei protagonisti della primavera del Cinquecento, la cui dimensione culturale è paragonabile a quella del Mantegna mantovano e del Botticelli fiorentino. E ora il Perugino torna a parlare con tre sue opere che si credevano perdute. Appartengono infatti alla sua mano i frammenti d'affresco (montati su tela, oggi in una raccolta di Bellinzona) a tematica francescana. Dipinti di maturità tecnico-stilistica, che invitano a un'attenta riflessione sui peculiari contenuti espressivi e religiosi e alla messa a fuoco delle loro connessioni all'interno della vasta attività di frescante del «divin pittore». Il laterale sinistro (cm 170 x 94) raffigura «San Ludovico di Tolosa con, alle spalle, San Paolo»; quello centrale (cm 176,5 x 75) «San Bernardino da Siena»; infine il frammento destro (cm 166,5 x 94), «Sant'Antonio da Padova con, alle spalle, San Pietro». Santi assai venerati, che si stagliano su uno sfondo di colline grigio-azzurrine e rari alberelli. Verificate le testimonianze documentarie e, soprattutto, le opere stesse, ricostruiamo ora la storia della loro «diaspora», frutto di studi che ho intrapreso da un decennio e che pubblicherò entro la fine dell'anno. Una «diaspora» che rimanda all'Ottocento, quando gli affreschi furono «strappati» (preservandoli in tal modo dal degrado) secondo una prassi usuale all'epoca. Non starò a riassumere l'intero itinerario biografico-stilistico di Pietro Perugino, ma mi limiterò a ricordare il suo apprendistato in Firenze, presso la bottega di Andrea Verrocchio, la sua percezione delle volumetrie di Piero della Francesca e del disegno strutturale del Pollajolo e di Luca Signorelli. Il successo vede il Perugino tra gli artisti (Botticelli, Cosimo Rosselli) convocati nel 1478 a Roma (dove si trattiene fino al 1481-'82) per affrescare le pareti della rinnovata Cappella Sistina. Dal 1496 al 1507 è attivo a Perugia dove, tra l'altro, decora il Collegio del Cambio. L'esecuzione dei tre affreschi ritrovati deve rientrare negli anni 1500-1502. Infatti i connotati formali e la presenza di santi appartenenti al francescanesimo più osservante mi hanno indotto a collegare questi tre frammenti ai cicli (in gran parte perduti) che l'artista dipinge nel 1501 circa (periodo che egli trascorre pressoché stabilmente a Perugia) per la chiesa di San Francesco a Monteripido (o «al Monte»), fondata da fra' Leone, l'intimo amico di San Francesco d'Assisi. Nelle cappelle esterne (edificate tra il 1498 e il '99 davanti a questa chiesa) è il biografo cinquecentesco Giorgio Vasari a testimoniare (in termini discordanti) la presenza di altre decorazioni a fresco eseguite dal Perugino. Da altre fonti documentarie le cappelle risulterebbero tre, oppure parrebbe che ognuna di queste contenesse tre zone affrescate dall'artista. Resta, comunque, inequivocabile l'affermazione del pittore e biografo conterraneo Luigi Scaramuccia (1674), secondo il quale tutte le opere attribuite al Perugino in San Francesco al Monte erano già «guaste assai» ai suoi giorni. Lo stato d'incuria dove protraisi fino al 1856 quando, su incarico dei frati, gli affreschi danneggiati furono «strappati» e trasferiti su tela per intervento del pittore-restauratore Silvio Pampaglini. Da qui la loro dispersione e l'oblio pressoché assoluti fino ad oggi. Lo «strappo» fu accompagnato da una scia di polemiche giuridiche legate alla mancata autorizzazione a operare in tal senso da parte delle competenti autorità dello Stato Pontifìcio. Tale omissione fu causa di un severo richiamo piovuto sul capo del padre guardiano che aveva reputato di potere agire di propria iniziativa trascurando le prerogative dei funziona-ri preposti dalle Belle Arti Vaticane. Il Pampaglini deve avere a sua volta alienato i frammenti meno danneggiati (come quelli ora attribuiti al Perugino). Una storia a parte è quella della lunetta con l'«Adorazione dei pastori», tema francescano della medesima provenienza: con l'avvento deE'unità d'Italia (1861) e il conseguente passaggio dei poteri dai membri vaticani al nuovo Stato Uscito dal Risorgimento entrava nella Galleria Nazionale dell'Umbria dove ancora si trova. Gli affreschi residui di San Francesco a Monteripido furono invece risucchiati dalla piena del mercato artistico internazionale dell'epoca. Probabilmente approdarono in qualcuna delle ricche collezioni slave, tra Ungheria, Polonia e Russia, da cui sono riaffiorati per la nuova «ostpolitik» degli anni Novanta del secolo scorso.