Nell'affrontare l'intervento operativo sul David di Michelangelo, il primo pensiero è stato quello di acquisire un'accurata e profonda conoscenza della statua. Siamo partiti da una capillare indagine storica negli archivi e abbiamo collegato, ovunque era possibile, i risultati di questa indagine ad altri ambiti di ricerca, l'indagine visiva e l'indagine scientifica. L'importanza di tale collegamento la si comprende meglio con alcuni esempi concreti. Le indagini scientifiche hanno rilevato sulla superficie del David una diffusa presenza di cera; i documenti storici fanno intravedere due differenti spiegazioni: potrebbe trattarsi di residui del distaccante usato da Clemente Papi per eseguire il calco oppure potremmo essere di fronte a residui di vecchie (originali?) patinature o di protettivi. Nel primo caso l'asportazione sarebbe legittima, nel secondo no. In attesa di dati più certi la cera deve essere lasciata. Ancora: le abbondanti tracce di gesso presenti nelle "scodelline" sulla superficie del tronco e della cinghia potrebbero essere residui della preparazione per la doratura oppure materiale non ripulito dopo il calco. Anche in questo caso se fosse vera la prima ipotesi andrebbero lasciati, se fosse vera la seconda no, e anche in questo caso fino a quando non si arriva ad avere una riposta certa è meglio non agire. Le tre tipologie di indagine, quella storica, quella visiva e quella scientifica, organizzate ed elaborate in un contenitore informatico che si è valso del modello tridimensionale ad altissima definizione elaborato a partire dal 1998, hanno fornito le indicazioni sui criteri di intervento da seguire e continueranno passo passo a guidare la mano di chi opererà in futuro sul David. In particolare hanno segnato i limiti dell'intervento, indicando dove è necessario e doveroso agire per fermare un degrado in atto o per scongiurare un degrado certo nell'immediato. Con il termine "agire" non si intende necessariamente compiere un'operazione di restauro in senso stretto, ma anche di prevenzione o di tutela, magari a favore dell'ambiente, nella ricerca di un appropriato equilibrio fra il diritto alla fruizione, che non si intende negare, e il dovere alla conservazione, cui siamo tenuti. Del resto il concetto stesso di restauro come è giunto fino a oggi appare dover subire una rettifica o, se si vuole, un ampliamento; ci sentiamo intorno barriere strette, che sarà opportuno e verrà naturale, in un prossimo futuro, abbattere. Non so come potrebbe meglio definirsi e lascio ad altri il compito di trovare il termine più confacente, ma so di cosa si tratta. Si tratta di attivare una modalità integrata e aperta di tutela delle opere d'arte che faccia confluire insieme il metodico controllo dell'ambiente e quello dei cambiamenti che avvengono nell'opera, in modo tale da calibrare in stretta consequenzialità le operazioni che si effettuano sull'uno e sull'altra, in una catena ininterrotta di piccoli interventi e di monitoraggi. È necessario tenere sotto controllo il progredire ineluttabile del degrado, con il conforto di quanto di meglio la scienza messa a disposizione dell'arte ci offre, attraverso i numerosi e qualificati centri di ricerca che an-cora 1 ' Italia e il mondo possono vantare, operando volta per volta solo gli interventi che abbiano il carattere o dell'urgenza o dell'assoluta sicurezza negli esiti, anche a lungo termine. In ultima analisi, si parla di una contaminazione fra restauro, controllo e manutenzione. La storia del restauro segue purtroppo con passi ancillari il percorso dell'estetica e si adatta al gusto prevalente che ne consegue. La storia del David e delle sue "puliture" antiche ne è un drammatico esempio. La pulitura è infatti un momento chiave del restauro, in quanto vede sovrapporsi pericolosamente istanze estetiche e fatti conservativi, ed essendo di per sé un'operazione irreversibile (anche B prescindere dalle sostanze chimiche che può lasciare sopra o dentro la materia originale) diventa a ben guardare il passo più delicato che dobbiamo compiere. Bisogna quindi operare con tutta la cautela possibile, diffidando dei preconcetti inculcati dal gusto e procedendo con un occhio alla scienza e uno alla sensibilità di chi materialmente pone in atto le nostre indicazioni. Tornando al David, l'intervento eseguito è stato essenzialmente una pulitura. Prima di agire è stato necessario avere la certezza che le sostanze e le tecniche da usare non costituissero pericolo per nessun elemento costitutivo del marmo originale o di suoi antichi trattamenti. Assicurato il rispetto di questo principio si è interventi gradualmente. La capacità di adattare i tempi e i modi di pulitura in maniera tale da ottenere un risultato omogeneo appartiene alla sfera della sensibilità individuale e per questo la collaborazione e il confronto fra più persone sono stati la vera garanzia che abbiamo potuto mettere in campo. Direttrice della Galleria dell'Accademia di Firenze