Ci sono molte ragioni per trovare sconcertante l'idea di costruire, cinquecento anni dopo, la facciata michelangiolesca di San Lorenzo. La prima è che non è possibile che questa città continui ad avanzare con la testa perennemente rivolta all'indietro, convinta di avere il meglio della propria storia dietro le spalle. Firenze sembra condannata a cibarsi, cannibalescamente, del proprio glorioso passato: sfruttandolo senza comprenderlo, usandolo senza amarlo. Ammettiamo che dotare di una facciata San Lorenzo sia una buona idea (il che pare assai discutibile, per usare un eufemismo): ma perché allora non indire un concorso internazionale al massimo livello possibile, invitando Renzo Piano, Richard Rogers, Santiago Calatrava, Frank Gehry e altri grandi architetti di oggi? Nemmeno le facciate del Duomo e di Santa Croce (citate a sproposito in questi giorni) furono realizzate utilizzando progetti di secoli prima: nonostante l'infelice stile neogotico, esse furono immaginate come opere originali di artisti viventi, non come atti di necrofilia artistica. E, comunque, quelle due facciate non appartengono certo alla fase più alta e ispirante della nostra storia, ma sono anzi illustri documenti del ripiegamento di Firenze su se stessa: e non è il filone che piacerebbe veder coltivato oggi. La seconda è che realizzare oggi la facciata di Michelangelo significherebbe dar vita ad un clamoroso falso storico. I modelli, i disegni, i contratti e le lettere non sono certo sufficienti a creare un organismo architettonico che abbia qualche chanche di essere davvero 'di Michelangelo', per non parlare dell'insormontabile problema delle statue e dei rilievi. Sarebbe come avere una scaletta dettagliata e qualche verso di un canto mai scritto della Commedia, e volerlo scrivere oggi: immaginatevi il risultato, e la faccia che farebbe Dante se lo leggesse. La terza è che tutta la vicenda (inclusa l'idea, superdemagogica, del referendum) assomiglia più ad una disinvolta operazione di marketing politico-mediatico estivo che non a qualcosa di serio. Ma, purtroppo, ciò che emerge è una visione di Firenze provincialissima, schiava della propria immagine turistica e sempre più appiattita su Disneyland o Las Vegas. I problemi reali della città, e anche solo quelli della conservazione e della comunicazione del suo straordinario patrimonio artistico, sono tali e tanti che davvero non dovrebbe esserci spazio per rifugiarsi in questo mondo parallelo di facciate di marmo che prendono vita dopo mezzo millennio. Se la gloria del nostro passato riesce a scorrerci nelle vene e a illuminare la nostra intelligenza abbiamo qualche possibilità di giocare un ruolo anche in un mondo guidato dal Brasile, dall'India o dalla Cina. Ma se il passato continua ad essere un'immeritata eredità su cui campare di rendita, quel ruolo possiamo anche sognarcelo: potremo sempre consolarci passeggiando di fronte alla nostra facciata di marmo, postmoderna e superkitsch. Tomaso Montanari