Le sale raccontano la storia del rapporto tra l'uomo e il vulcano dal neolitico al medioevo NOSTRO INVIATO Adrano. Il cuore del «Parco archeologico della Valle del Simeto» è il Museo regionale di Adrano che ha sede, da oltre cinquant'anni, al Castello Normanno che, secondo la tradizione, fu fondato da Ruggero I, il condottiero che, intorno al 1070, scacciò gli arabi dalla città. In origine il castello era un «torrione», come quelli di Paternò e Motta Sant'Anastasia, parte del sistema difensivo voluto dai normanni. Il bastione alla base fu costruito successivamente, nel XVI secolo, per adeguare il castello ai sistemi difensivi resi necessari dalle nuove tecniche militari, in particolare per resistere ai colpi di cannone. Nel Seicento, probabilmente a causa del grande terremoto, crollarono i soffitti degli ultimi due livelli e il piano terra fu dimenticato, trasformato in una sorta di pozzo nero. Il resto della struttura, fino agli anni Cinquanta, fu utilizzata come carcere, poi, nel 1955, l'archeologo Luigi Bernabò Brea, sovrintendente di Siracusa, e il professore Saro Franco crearono il Museo archeologico di Adrano, contestualmente a quello di Lipari. Museo gestito dalla sovrintendenza di Siracusa fino al 1987, data di nascita di quella di Catania. Quello di Adrano, oggi diretto dal dottor Nello Caruso, è il museo archeologico dell'Etna perché raccoglie le testimonianze e racconta la storia del rapporto tra l'uomo e il vulcano. I «pezzi» esposti coprono un vastissimo arco di tempo che va dall'età neolitica fino al periodo medievale. L'esposizione si articola su più piani secondo un nuovo allestimento realizzato nel 2008 con i fondi comunitari del Por 2000-2006, circa un milione e mezzo di euro con i quali si è provveduto al restauro dell'edificio, al nuovo ordinamento delle collezioni, alla realizzazione di un sito web dove si possono trovare tutte le informazioni relative al castello e al museo (www.regione.sicilia.itbeniculturalimuseoadrano) e alla messa in regola della struttura secondo le norme anticendio. Non a caso l'edificio è uno dei pochi monumenti in Sicilia dotato del certificato di prevenzione incendi, e questo è stato possibile grazie alla realizzazione di una scala in acciaio che, insieme a quella originaria in pietra, consente un doppio collegamento al piano superiore e, dunque, la libera circolazione al primo piano, mentre per quelli successivi - il secondo, il terzo e il camminamento che porta al terrazzo, dal quale si gode una splendida vista sull'Etna e sul convento di Santa Lucia - il numero dei visitatori deve essere contingentato. Nel nuovo ordinamento si è scelto di esporre pochi e rappresentativi pezzi, indicati attraverso targhe in plexigas trasparente, e di non utilizzare cartelloni esplicativi in modo da lasciare libera la struttura del maniero così da poterne ammirare la severa bellezza. Ognuna delle eleganti vetrine dalle linee modernissime «poggia» su un cassone sottostante, in legno, una sorta di piccolo deposito nel quale sono conservati altri pezzi che si possono facilmente estrarre, su richiesta di studiosi e specialisti. Si soddisfa così il doppio interesse del visitatore e non disperdersi e confondersi tra una miriade di pezzi, e quello dello studioso di potere analizzare tutti quelli disponibili. Il «piccolo deposito» sotto ogni vetrina, poi, rende possibile anche la rotazione dei reperti. Inoltre sono state realizzate della guide su Ipod per facilitare la visita. I vari livelli del castello ospitano reperti relativi a differenti periodi storici. Al «piano terra», cioè al primo livello, sono in mostra ceramiche, oggetti in rame e in bronzo dell'età preistorica e protostorica ritrovati nei territori di Adrano, Biancavilla e Centuripe e anche pezzi del neolitico, del cosiddetto periodo di Castelluccio declinato in base alle caratteristiche di un territorio lavico dove era difficile scavare le grotte per le sepolture, come avveniva nel calcare tenero. Di qui l'uso delle grotte di scorrimento lavico. La presenza dell'Etna, infatti, è determinante nella cultura dell'epoca e non a caso il museo dedica al vulcano e alle sue effusioni un video al centro della sala principale. Al secondo piano, su una pavimentazione realizzata in legno, come era in origine, sono esposti i pezzi dell'età arcaica e classica. Di particolare interesse le colonne e i capitelli di pietra lavica scolpita ritrovati nella contrada Mendolito, una rivisitazione indigena degli stili ionico e dorico, e due statue di donna in terracotta del V secolo avanti Cristo, coeve eppure di fattura del tutto diversa: primitiva quella indigena ritrovata a Ponte Primosole, e tipica delle colonie magno-greche la Persefore rinvenuta a Santa Maria di Licodia. In questo piano si apre anche una biblioteca dotata di fondi antichi e moderni. Al secondo piano - in periodo aragonese utilizzato come piano nobile e risistemato con banchi in pietra alle finestre, per la comodità delle dame, e con immensi camini in ogni stanza - sono esposti reperti archeologici dell'età ellenistica, romana e medievale. Qui si apre la splendida cappella del XIII-XIV secolo dalle volte a crociera e nella cui abside è raffigurato un Cristo Pantocratore su una nuvola. Al terzo piano, infine, sono ospitate collezioni storico artistiche ed etnoantropologiche il cui allestimento, però, è ancora da completare. Di qui - nell'ambito del Po-Fers 2007-2013 - la presentazione di un progetto per il completamento che interessa anche l'impianto di climatizzazione e quello elettrico, la costruzione di altre vetrine espositive, e la realizzazione di impianti sensoriali per ipovedenti ed elevatori per disabili in modo da rendere il museo fruibile da tutti. E' necessaria anche la realizzazione di un catalogo del museo e dei pezzi esposti, mentre attualmente si può contare, ai fini della visita, soltanto su un pieghevole. Qualora, poi, con i fondi europei fosse finanziato il progetto per il restauro di una struttura già acquistata dalla sovrintendenza, questa potrebbe essere attrezzata per diventare un deposito all'avanguardia. Oggi, intanto, turisti e visitatori lamentano, per quanto riguarda il pomeriggio, gli orari incerti di apertura del museo (aperto da martedì a sabato dalle 9 alle 19 e nei festivi dalle 9 alle 13) e la mancanza di indicazioni volte a segnalare la presenza delle vicine Mura Dionigiane e il percorso per raggiungerle. Tra l'altro la visita è legata alla presenza al museo di più custodi in modo che uno di loro possa allontanarsi per accompagnare chi ne fa domanda al sito archeologico all'aperto. E' il problema di sempre: una ricchezza enorme di beni e ritrovamenti che abbiamo difficoltà a promuovere e a valorizzare. E la prima valorizzazione è l'apertura di un bene, e la possibilità di fruirne, con certezza di tempi e orari in modo che i visitatori, e i tour operator, possano organizzarsi. Tutto il resto si costruisce a partire da qui. 25072011