L'impronta del vulcano su natura, insediamenti, reperti archeologici e architetture Il Mendolito è l'eccezionale sito dov'è stata scoperta la più importante iscrizione in lingua sicula Adrano. Il «Parco archeologico della Valle del Simeto», istituito nel luglio del 2010 nell'ambito della riorganizzazione regionale dei Beni culturali, vuole essere un museo all'aperto, un parco culturale di cui l'archeologia è il cuore. Un cuore che, come prevede il Codice Urbani, batte in un corpo fatto di architettura e natura. E se, come per tutti i neocostituiti «parchi» regionali, la perimetrazione non è ancora stata definita, si sa che l'area di competenza si sviluppa lungo l'asse del Simeto, area di popolamento precocissimo, a partire dal neolitico (dal 6.500 al 3.500 avanti Cristo). Qui le popolazioni trovarono l'acqua e un terreno reso fertilissimo dalle ceneri vulcaniche e, nel tempo, s'insediarono anche sulle tre rocche di Adrano, Paternò e Motta dove poi i normanni edificarono altrettanti torri. Un'area di competenza che va da Maniace, dove esistono importanti aree archeologiche all'interno della Ducea di Nelson, a Motta. Misterbianco, invece, dovrebbe rientrare nel «Parco archeologico di Catania». E se la sovrintendenza è chiamata istituzionalmente a garantire la tutela, ai «parchi» compete la valorizzazione dei beni, dei monumenti, del territorio. Quello della Valle del Simeto è un territorio particolare per le sue peculiarità naturalistiche e archeologiche legate alla presenza del vulcano. Ad Adrano, nell'area del Castello normanno - a poche centinaia di metri dalle case costruite negli anni Cinquanta sull'onda di una violenza speculazione edilizia che ha coperto e devastato l'antica città greca - sono state riportate alla luce le Mura Dionigiane. Blocchi di pietra lavica squadrata che, in origine, segnavano un percorso a tre lati che separava l'abitato dalla necropoli. Si ipotizza che siano state fondate insieme alla città, da Dionigi, nel V secolo avanti Cristo, ma i ritrovamenti archeologici risalgono in piccola parte alla fine del IV a. C. e soprattutto al III secolo a. C., cioè ad una fase successiva. Le mura ritrovate si estendono per 600 metri, ma finora ne è visibile soltanto la metà. Il direttore del «parco», l'archeologa Gioconda La Magna, tra i tanti progetti presentati nell'ambito del Po-Fers 2007-2013, ne ha dedicato uno proprio alle Mura Dionigiane prevedendo l'esproprio di una fascia di terreno agricolo lungo i rimanenti 300 metri. L'idea di fondo è quella di rendere visitabile questa importante testimonianza archeologica salvaguardando allo stesso tempo gli orti circostanti. L'attività degli orticultori, infatti, non è soltanto fonte di ricchezza per la popolazione, ma garantisce la cura e la pulizia dell'area, mentre il pubblico - «Parco archeologico» compreso - non avrebbe i fondi e il personale per assicurarne la cura e la manutenzione. Si tratta, dunque, di una collaborazione di fatto tra pubblico e privato a vantaggio della collettività. In questa zona, vasta e suggestiva, dove, all'interno di tre casette in pietra lavica costruite nel passato, sono state realizzate stanze per i custodi, un'aula didattica e un piccolo antiquarium, il progetto - qualora venisse finanziato con i fondi europei, come si spera - prevede la prosecuzione degli scavi, la realizzazione, in un declivio naturale, di una piccola cavea in pietra lavica da utilizzare per spettacoli e rappresentazioni all'aperto e utile per incrementare le iniziative già avviare dalla direzione del «parco», e cioè visite, corsi di archeologica per le scuole e vari progetti didattici. Nell'ottica della costruzione di un grande «museo all'aperto» - in cui testimonianze storiche e architettoniche emergano dai contesti naturalistici di cui sono in parte espressione - particolare importanza ha la futura valorizzazione della Rupe Giambruno su cui si fermano e, affacciano, le Mura Dionigiane. Si tratta di colate laviche preetnee, cioè di effusioni sottomarine basaltiche che risalgano ad epoche geologiche in cui il vulcano Etna non era ancora emerso. E, sotto la «Rupe», si estende un'area di interesse comunitario e internazionale, chiamata Poggio Santa Maria, importante per la grande varietà di specie endemiche di animali e di piante. Nel territorio di Adrano, poi, si trovano anche importanti zone di ingrottamento lavico del Simeto con il vicino Ponte dei Saraceni, e ancora, a sud, il Ponte Barca Vecchio e l'eccezionale sito archeologico di contrada Mendolito dove è stata scoperta una città arcaica indigena, del VII-V secolo avanti Cristo, dove è stata ritrovata l'iscrizione più importante in lingua sicula insieme a reperti di straordinario valore quali i capitelli scolpiti nella pietra lavica, anzicché nella docile e morbida pietra calcarea, rivisitazione locale dello stile ionico e dorico. Qui sono stati trovati l'abitato, le mura, le tombe a tholos e numerosi corredi funerari. L'area, di proprietà privata, non è aperta al pubblico. Nel territorio di Bronte, oltre ai ritrovamenti archeologici nel Castello Maniace, sono visitabili aree di notevole interesse naturalistico quali i pistacchieti, le gole e le forre laviche del Simeto, il Ponte Cantera, e, in contrada Santa Venera, il lago di Gurrida, unico esempio di lago di sbarramento lavico. E ancora, nell'area di Paternò, si alza il castello normanno dove, nelle intenzioni della direzione del «parco», dovrebbe trasferirsi il museo civico archeologico Savasta, ma c'è anche la suggestiva, e abbandonata, zona delle Salinelle dove si registrano fenomeni di vulcanismo secondario, le bolle di fango. E ancora, a Ponte Barca, si apre un'oasi che, durante le migrazioni, accoglie aironi e altri uccelli. Al ponte romano di Pietralunga, poi, si trova un ex allevamento ottocentesco di cavalli, ora abbandonato, struttura che potrebbe essere recuperata e diventare punto di partenza di una ippovia. Nel territorio di Motta degno di rilievo è il terzo dei castelli normanni della Valle del Simeto e la vicina zona dei Sieli, formazioni geologiche preistoceliche, sorta di «mammelloni d'argilla» di epoca geologica. Fanno parte del «parco» anche le aree caratteristiche e i beni di Biancavilla, Ragalna, Santa Maria di Licodia, Belpasso e Maletto con il museo archeologico Salvo Nibali. Un territorio, questo della Valle del Simeto, ricco di testimonianze archeologiche, architettoniche e naturalistiche poco o nulla valorizzate. Beni che vanno messi in rete e collegati attraverso percorsi culturali supportati da indicazioni, cartelli stradali e tabelloni esplicativi e, soprattutto, aperti al pubblico, curati e fatti conoscere. Un territorio ricco e suggestivo che andrebbe raccontato in testi divulgativi per renderne la fruizione facile, informata e accattivante. Ed è questo l'obiettivo che si prefigge il neocostituito comitato tecnico scientifico composto dal sovrintendente, che lo presiede, dal direttore del «parco», dai sindaci dei Comuni del territorio, da docenti universitari e da rappresentanti delle associazioni. Allo stesso scopo sono finalizzati i sei progetti Po-Fers - elaborati con la collaborazione del geologo Sebastiano Fazzina - in attesa di finanziamento. L'enorme ritardo con cui la Regione ha emanato i bandi, infatti, ha fatto perdere buona parte dei generosi fondi stanzianti dall'Unione europea per le aree ad obiettivo I, gli ultimi destinati alla Sicilia. 25072011 Le mura Dionigiane A poche centinaia di metri dal castello normanno di Adrano si estende un'area coltivata ad orti dove sono state ritrovate le antiche mura della città di Adrano che correvano rette, su tre lati, separando l'abitato dalla zona delle sepolture. Prendono il nome da Dionigi, il fondatore della città, nel V secolo avanti Cristo, ma i tratti ritrovati sono successivi e risalgono al IV e al III secolo a.C. Delle mura è visitabile soltanto un tratto di 300 metri, mentre altrettanti ne restano da recuperare e rendere visitabili. A questo fine il direttore del «Parco del Simeto», Gioconda La Magna, ha già redatto e presentato un progetto volto al recupero e alla valorizzazione. Nel sottosuolo dell'area che separa il castello normanno dalle mura arcaiche si estende l'antica città di Adrano, un'area archeologica distrutta e coperta dallo scempio edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta