Bagni di Lucca. In una soggiornò Byron Il Comune vende 3 ville storiche di Bagni di Lucca, una delle quali ospitò Byron. Non ci sono soldi per mantenerle e gli incassi servono all'amministrazione. BAGNI DI LUCCA. I vetri rotti di Villa Ada, le tapparelle sconnesse di Villa Fiori, lo stato di abbandono di Villa Webb, dove, nell'Ottocento, Lord Byron soggiornò e trasse ispirazione per le sue liriche. Il Comune le mette in vendita, tutte quante. Perché necessitano di manutenzioni che le sue casse non si possono permettere e perché con i soldi che realizzerà spera di pagare milioni di mutui che ha sul groppone. Lo dice chiaro il sindaco Giancarlo Donati: «Le ville cadono a pezzi. Non le possiamo ristrutturare, l'unica strada è venderle. Ma vogliamo tutelarle dalle mire di chi vorrebbe sventrarle e farne appartamenti. Sulle ville pesa un vincolo di destinazione d'uso: potranno essere trasformate solo in strutture ricettive e centri benessere». La prima a uscire dal patrimonio immobiliare del Comune sarà Villa Fiori. La vendita all'incanto è già fissata: si svolgerà il 12 agosto, data un poco insolita per un'asta pubblica, nel bel mezzo delle ferie estive. Nelle condizioni per parteciparvi non compaiono a dire il vero i vincoli di cui il sindaco parla. E il prezzo a base d'asta - a detta di più immobiliaristi della Lucchesia - è basso per non dire stracciato: due milioni 250mila euro, per mille metri quadrati di superficie abitabile sui tre piani, oltre a un parco circostante di oltre ottomila metri (una parte dovrà però rimanere accessibile al pubblico). Sulla villa, si vocifera, avrebbero messo gli occhi gruppi russi del settore ricettivo del lusso. Poi toccherà alle altre due dimore storiche: Villa Ada (già dimora del console britannico a Livorno Sir Mac Bean, fu acquistata dal Comune nel 1975 e adibita a stabilimento per le cure termali, oggi abbandonato) e Villa Webb, famosa anche perché, nel 1822, fu abitata da Lord Byron. Su entrambe le dimore storiche la giunta comunale, è ancora il sindaco Donati che parla, «ha già deliberato: saranno vendute». In effetti, cosa nota a tutto il consiglio comunale che però non ne ha mai fatto parola, la vendita delle tre ville storiche era contenuta nel piano triennale (presentato nel 2011) di alienazione delle opere pubbliche. E a domandare al sindaco cosa farà la sua amministrazione dei soldi che incasserà, lui risponde pronto che in primo luogo «pagheremo i mutui, e poi abbiamo tante opere da realizzare». I mutui, come spiega Antonio Bianchi, capogruppo Udc in consiglio (partito, che, con il Pd, rappresenta l'opposizione a una maggioranza di undici consiglieri della lista Antonio Contrucci, l'ex sindaco - e attuale vice sindaco - di Bagni di Lucca) ammontavano fino a un paio di mesi fa a dieci milioni di euro, contratti «negli ultimi dieci anni dalle amministrazioni Contrucci», dice Bianchi. Due milioni sono stati rimborsati grazie alla vendita di un altro immobile del Comune, la centrale idroelettrica di Ravacce. Per pareggiare il debito dei restanti otto, adesso si conta sulle ville, anche se non è detto che basteranno a coprire l'importo. In paese, la notizia della vendita delle tre ville, veri gioielli con una storia blasonata, che conobbe i maggiori splendori nell'Ottocento, quando Bagni di Lucca era una meta termale molto amata e apprezzata dai nobili e dai letterati, in particolare inglesi, desta non poco scetticismo, forse anche alla luce di tante opere realizzate e rimaste lì, in attesa di un investitore (come i Bagni Bernabò, ristrutturati dal Comune cinque anni fa e ancora in attesa di un gestore). Il dottor Massimo Betti, farmacista e rappresentante dei commercianti locali, non vuole «entrare nel merito della decisione politica. Il problema di fondo è che il paese è messo male con gli investimenti, e ben venga chi vuole investire. Anzi, mi auguro che gli investitori vengano agevolati nella loro opera». Quello che Betti davvero non si augura, invece, è che «non si ripeta la vicenda del casinò». Altro gioiello, chiuso e poi riaperto, «affidato a una società che il Comune ha però subito abbandonato a se stessa - spiega il dottor Betti -. Ed è finita come è finita (il casinò non ha funzionato, la società se n'è andata e ne è arrivata un'altra, ndr)».