«Datemi un miliardo vi dirò che è Leonardo», canticchiava Federico Zeri. Oggi, tuttavia, in tema di attribuzioni spericolatamente ottimistiche la molla della fama mediatica appare ancora più potente di quella economica: ed è tutto un fiorire di incredibili «kazza(r)te» (così si chiama un'ironica «Rivista di scoop e mirabolanti scoperte di storia dell'arte», provvidenzialmente fondata su Facebook). Solo negli ultimi due mesi abbiamo avuto lo pseudo-Raffaello dell'«Espresso», il finto-Caravaggio del «Sole 24 ore», il non-Michelangelo dell'«Indipendent», e ora pure il manco-per-sogno-Leonardo del «Mattino», scovato nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli. Quest'ultima opera è un'interessante copia antica di un Salvator Mundi di Leonardo: ma è stata pubblicata già nel 1983, non è conservata «nelle cantine», e non è per nulla inaccessibile. Ora si cerca di metterla in concorrenza con la versione dello stesso quadro appena riemersa in America: che invece qualche chanche di essere l'originale potrebbe avercela davvero, anche se è talmente malridotta da essere difficilmente giudicabile. L'aspetto più deprimente della vicenza, tuttavia, sta tutto nella conclusione dell'articolo del «Mattino»: che, in ottima fede, lamenta che «non c'è un progetto per valorizzare e mettere in mostra» la mirabolante 'scoperta'. È di questo che ha bisogno Napoli? Della 'valorizzazione' delle bufale? Quanti napoletani conoscono i capolavori (autentici, quelli) che stanno sugli altari di San Domenico Maggiore? Quanti possono entrare, non so, in San Giovanni Maggiore o in San Giorgio? Evidentemente, è assai più tranquillizzante baloccarsi con i Leonardo da un miliardo che porsi anche una sola di queste domande.