L'inaugurazione, in questi giorni, dei musei diocesani a Vicenza e a Rieti e il rinnovamento strutturale ; di quello di Camerino segnano - nella loro singolare coincidenza cronologica - un unico evento significativo. Un evento da leggere e salutare come datò saliente di civiltà, grazie alla doppia valenza culturale ed ecclesiale. Queste tre ultime realizzazioni - punto d'arrivo di progetti complessi e dalla lunga gestazione, oltremodo impegnativi per le sole forze di tre storiche ma piccole diocesi - sono in realtà l'ennesimo aggiornamento di un'opera in progress che, senza clamori ma con passo costante, capillarrnente, da Bressanone a Trapani, sta ridisegnando e soprattutto arricchendo la geografìa dei nostri beni culturali. Per spiegare la buona notizia, le cifre valgono come sempre molto più delle parole: nel 1997 i musei ecclesiastici in Italia (intendendo col termine «ecclesiastici» i musei e le varie collezioni giuridicamente appartenenti a diocesi, parrocchie, famiglie religiose e fondazioni caritative) ammontavano ufficialmente a 781; oggi se ne contano mille, ovvero circa un quarto delle 4mila istituzioni museali complessivamente presenti sullo Stivale. Un incremento quasi esponenziale, imponente e forse impensabile nel complicato scenario della gestione della cosa artistica nazionale. Un miracolo, sia detto a chiare lettere, da iscrivere a merito delle comunità locali. Parlare di miracolo non sembri esagerato: oggi, infatti, la progettazione e l'apertura di un museo - per quanto piccolo, per quanto monotematico - richiedono studi di fattibilità., tempi di realizzazione, standard tecnologici e investimenti tali da andare, spesse volte, aldilà dell'orizzonte d'una singola generazione. L'attrezzatura di un musèo religioso non comporta solo una sinossi espositiva coerente, in grado di illustrare e valorizzare gli oggetti ivi custoditi, ma anche - il più delle volte - il restauro e l'adeguamento funzionale del «contenitore», quasi sempre un palazzo monumentale, un bene di pregio dell'architettura urbana. Ma la determinazione di vescovi e laici, la preziosa anzi insostituibile collaborazione dei volontari (per esempio nei servizi di catalogazione, segreteria, bigliettazione, custodia e guardiania), il collateralismo degli sponsor istituzionali e privati (particolarmente sensibili alla prossimità territoriale) e delle amministrazioni pubbliche (con rari ma splendidi esempi di gestione mista ecclesiatico-comunale, come nel caso di Montalcino), hanno reso possibile il risultato. Ma nulla, e tantomeno un'impresa importante, può accadere senza un «clima», senza una temperie generale che predisponga le coscienze e le sensibilità. E a questo clima hanno concorso, sul medio periodo, due fattori storici chiaramente individuabili. Innanzitutto l'azione propulsiva del Giubileo, col suo fervore di iniziative volte a riscoprire e documentare il pulchrum, il patrimonio d'arte sacra delle Chiese locali. In secondo luogo l'impegno senza precedenti profuso dalla Cei e segnatamente dall'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, suggeritore - fra l'altro - di un fatto di rilievo: la nascita dell'Amei, l'Associazione musei ecclesiastici italiani, per merito della quale le diverse realtà regionali sono entrate «in rete», avviando il censimento scientifico di propri tesori e guadagnando la consapevolezza che la tutela delle specificità ecclesiali e culturali deve necessariamente accompagnarsi al superamento dì problemi comuni e più che mai aperti. A partire dall'autosufficienza economica (vista la scala media e medio-piccola della gran parte di questi musei, che talvolta rimangono sconosciuti al grande pubblico del turismo culturale) fino alla questione, veramente strategica, della formazione e dell'istruzione del personale direttivo, acuì sono richieste competenze sempre più complesse, che il solo volontariato non può assolvere. Entro il 2005, in concomitanza col prossimo congresso dell'Amei che si terrà a Susa, è atteso il nuovo, aggiornato censimento dei beni museali ecclesiastici. Conoscere è del resto la precondizione di qualsiasi impresa, in special modo di quella del custodire la memoria insigne del passato, che è il pegno del futuro.