«O è una ritorsione, oppure dietro si nasconde il tentativo di riaprire i termini del condono edilizio». Il capogruppo dei Ds in commissione ambiente alla Camera, Fabrizio Vigni, non pare troppo sorpreso dell'ultimo assalto del governo Berlusconi contro la Toscana e l'Emilia Romagna. Questa volta, dopo averlo fatto (perdendo malamente) sugli Statuti regionali che riconoscevano le unioni civili e aprivano al voto degli immigrati, l'esecutivo della destra è ricorso alla Corte Costituzionale contro le due leggi regionali sul condono edilizio. Leggi molto restrittive rispetto alle maglie larghe pensate dal governo. Leggi che pongono paletti impossibili da scavalcare (o aggirare) per gli abusivi del cemento. L'annuncio di questa nuovo scontro costituzionale è arrivato ieri mattina in Senato per bocca del ministro Giovanardi. Un annuncio dato nelle stesse ore in cui le ruspe del sindaco di Roma Veltroni buttavano giù una villetta costruita abusivamente a via Margutta, alle spalle di Trinità dei Monti. Particolare inquietante però è che le parole di Giovanardi sono arrivate a margine della riunione della commissione bilancio del Senato che discuteva della Finanziaria e dei suoi buchi. Strana coincidenza perché nonostante che Giovanardi si sia affannato a ripetere che i termini del condono (ieri era l'ultimo giorno) non verranno riaperti, c'è chi pensa invece che sarà proprio la battaglia davanti alla Corte costituzionale contro Toscana e Emilia Romagna a riproporre la questione. Del resto gli incassi che il condono porterà saranno molto lontani dalle cifre già messe a bilancio dal governo. Qui sta la ragione del nuovo scontro secondo il presidente della Toscana Claudio Martini: «Se il governo impugna la nostra legge - commenta - non è perché è fatta male, ma perché gli fa incassare pochi soldi». Martini spiega che la Toscana ha scelto la strada di una legge sul condono perché «obbligata» dalla sentenza con cui la Corte costituzionale riconosceva al governo la legittimità di varare una sanatoria edilizia, ma dava alle Regioni il potere di stabilirne modi e contenuti. Da qui una legge più limitata e restrittiva possibile. «Ci eravamo posti il problema di non tradire lo spirito della sentenza della Corte - dice Martini - perché mettevamo nel conto che il governo, avendo bisogno di soldi, e non della tutela del territorio, avrebbe potuto benissimo impugnare questa la legge». Martini, che attende di conoscere le motivazioni del ricorso, però è convinto che anche questa volta (come già accaduto per le nomine nei parchi e per lo Statuto) la Corte darà ragione alla Toscana: «siamo assolutamente convinti di esserci mossi nel solco del dettato della Costituzione e della sentenza della Corte, perché la legge sul condono non può essere uno strumento finanziario». Martini ha già preso contatti con il suo collega dell'Emilia Romagna Vasco Errani per studiare assieme le prossime contromosse. «La nostra legge - è il commento del presidente dell'Emilia Romagna Errani - è stata elaborata seguendo scrupolosamente le indicazioni della stessa Corte. Come Regione la nostra scelta è stata quella, applicando i principi della legge statale, di tutelare l'ambiente e la sicurezza dei cittadini». Ecco così che riprende fiato la partita dei termini. Confedilizia, almeno nelle due regioni «rosse», la riapertura l'ha subito chiesta a gran voce. Il senatore dei Verdi Sauro Turroni la paventa: «La proroga dei termini al condono edilizio - dice - è stata solo rinviata, in attesa di conoscere l'entità del mancato introito nelle casse dello Stato». Una motivazione che convince anche il deputato della Margherita Ermete Realacci («il governo, cercando disperatamente di raggranellare qualche soldo,- dice- torna alo scontro con le Regioni») e il segretario dei Ds toscani Marco Filippeschi che spiega che «Toscana, Emilia Romagna ed altre Regioni, Costituzione alla mano, hanno solo cercato di evitare danni per il loro territorio».