La storia del Metapontino è una storia di grandi migrazioni. Micenei, greci, romani, trovando alle foci dei fiumi lucani le condizioni ideali per sfruttare terreni agricoli fertilissimi, ci hanno lasciato in eredità tracce di civiltà e culture ancora largamente inesplorate». Parla con l'autorità dell'archeologo ma cede anche all'emozione di chi è da tempo innamorato di questa zona, Antonio De Siena, soprintendente archeologo di Puglia e Basilicata. Perché quando, tre decenni fa, all'inizio della sua carriera, fu inviato in provincia di Matera, per progettare e dirigere interventi di scavo archeologico, di restauro e valorizzazione nelle aree urbane, nelle necropoli, nei santuari, «avvertii subito la sensazione di partecipare a una grande avventura nel bel mezzo di colonie greche, di cui sapevamo poco». Cosa è cambiato rispetto al lavoro attuale? «A parte qualche responsabilità in più..., trent'anni fa, con i miei colleghi, sentivamo di partecipare a una fase di grande espansione. C'era un entusiasmo contagioso. E, soprattutto, avevamo dalla nostra le condizioni migliori per lavorare». Ovvero? «Due in particolare: i soldi, grazie a una perfetta comunione d'intenti tra gli enti locali e le istituzioni europee, e vastissime aree di ricerca dove eravamo convinti di poter arrivare a grandi risultati». La creazione, di lì a poco, di due musei nazionali e di altrettanti aree archeologiche, parla da sola... «Non mi limiterei solo a quelle. Anzi, il lavoro è solo all'inizio». Dopo trent'anni, siete solo all'inizio? «Può sembrare strano. Ma è così. Pur avendo fatto tantissimo in questi anni, credo di poter dire che abbiamo restituito alla luce un decimo dei tesori di questo sottosuolo. Ci sono enormi potenzialità inespresse di cui intuiamo soltanto i contenuti. La frequentazione antropica, d'altra parte, qui non ha soluzione di continuità, quindi quella del Metapontino resta tra le aree archeologiche più interessanti del Mezzo-giorno. Scavando ancora ci imbatteremmo in nuovi itinerari, in santuari, fattorie, ville romane, necropoli. Ma conosceremmo meglio anche vita, usi e costumi di quei popoli». Ci imbatteremmo o d imbatteremo? «Purtroppo oggi, pur disponendo di strumenti tecnologici importanti, non possiamo contare su risorse economiche illimitate. I fondi destinati alle grandi campagne di scavo si sono ridotti. Inoltre, esiste il grosso problema della gestione di queste beni. Che però, se inseriti in un circuito virtuoso, possono trasformarsi in ricchezza per il territorio. Stiamo lavorando anche a questo».