Sono dieci gli studiosi che lavorano «per amore della città» Le stampe. Rare rappresentazioni come la «macchina per camminare sull'acqua» disegnata da Raimondo de Sangro Le persone . Contribuiscono alla vita della struttura e non chiedono nulla: «Niente nomi, Io facciamo per tutelare un bene di tutti» Il luogo. In due torri del Maschio Angioino custoditi migliaia di volumi storici I tesori. Rarissime copie dei primi volumi a stampa realizzati in Italia alla fine del '400 e tante «cinquecentine» L'ospite. Una intera sezione dedicata alle memorie del grande Eduardo De Filippo Le maniere per raccontare questa storia potrebbero essere tante, tutte legate a una logica: quella più fredda imporrebbe di spiegare al lettore, con metodica precisione, quali e quanti sono i tesori custoditi nella torre San Giorgio e nella torre di mezzo del Maschio Angioino; quella culturale costringerebbe a un percorso attraverso gli scaffali, i «fondi», le pergamene, le monete antiche, a caccia dei beni più preziosi. Però quando siamo entrati nelle antiche sale della Società Napoletana di Storia Patria la «logica» è stata travolta dalle emozioni: più che dalle cinquecentine siamo stati colpiti dagli sguardi, più che dalle pergamene e dai volumi rari siamo rimasti affascinati dalle parole, dai gesti, dalla passione degli uomini e delle donne che ogni giorno vanno a lavorare lì dentro senza chiedere nulla. Sono volontari che si affannano fra volumi e scaffali con entusiasmo, affiancano il lavoro delle due dipendenti della società, sostengono i progetti della presidente Renata De Lorenzo: «Lo facciamo per amore, perché non potremmo mai abbandonare queste meraviglie. Soprattutto perché oggi questa istituzione è in difficoltà e noi vogliamo a tutti i costi che ne venga fuori». La settimana scorsa è stato superato l'ostacolo più difficile. Il sindaco De Magistris si è impegnato in prima persona per far arrivare nelle casse un po' di soldi arretrati e consentirne la sopravvivenza. Sembrava che la Società Napoletana di Storia Patria dovesse definitivamente chiudere i battenti, sarebbe stato un dramma per l'intera città. Sarebbe stato un colpo letale soprattutto per i volontari che sono dieci in tutto e si chiamano... «No, per favore, niente nomi, nemmeno quelli di battesimo. Non cerchiamo pubblicità, non vogliamo affrontare problemi né vogliamo causarne. Noi non esistiamo». E invece esistono, si Muovono tra le torri con eleganza antica e passione moderna. «Le cinquecentine? Sono lì, nella sala della torre di mezzo». Si tratta di volumi del sedicesimo secolo, quindi rarissimi, che alcuni bibliotecari d'altri tempi riunivano per epoca, non per tema, così la collezione risulta naturalmente disordinata: «A me non piace questo metodo, infatti», sussurra uno degli «angeli» che proteggono la storia della città. Dentro alle torri c'è anche uno dei primi volumi stampati in Italia, risale al 1467 («De civitate Dei», Sant'Agostino), ma non è quello che viene più coccolato. Le dipendenti si alternano con tenacia fra amministrazione e scaffali; sorridono ai volontari che contribuiscono alla vita della Società e seguono anche percorsi personali di studio e passione. «Vieni, vieni, ti faccio vedere la mia ultima follia», sorride Paola mentre si infila nella sala conferenze che custodisce anche un'imprevedibile emeroteca d'altri tempi. Da un armadietto basso sbucano fuori centinaia di copie di periodici antichissimi, dal seicento in poi, rilegate a gruppi con eleganti copertine: «Sto lavorando su questo», negli occhi un lampo di emozione (odi entusiasmo, o di follia). Ma perché una volontaria studia i giornali antichi? «C'è un bando internazionale per la valorizzazione di questo materiale. Se riesco a mettere assieme un progetto invitante possiamo accedere ai fondi», e sapete qual è il particolare che rende incredibile tutto questo? Che anche se arrivassero, i soldi finirebbero nelle casse della società di Storia Patria, mica nelle tasche della volontaria «vabbé ma non c'entra niente. lo faccio questo proprio perla società. E il minimo». E sicuramente più del minimo, molto di più E un po' come quello che successe un paio di anni fa. Una perdita causò una infiltrazione, sulla collezione di stampe antiche iniziò improvvisamente a piovere. Nel giro di un quarto d'ora gli «angeli» del Maschio Angioino si radunarono nella sala, in un lampo sfilarono tutti i cassetti dagli armadi e portarono in salvo le stampe. Poi s'ingegnarono: con grossi teli azzurri tesi sotto la perdita incanalarono l'acqua in un percorso che terminava in un secchio: «Siamo stati costretti a svuotare quel secchio per anni, ogni ora nei giorni di pioggia. Ma abbiamo salvato i libri», il sorriso che accompagna il racconto non ammette repliche. Quel «perché lo fate?» ripetuto ossessivamente nei primi minuti dell'incontro, lascia spazio a una consapevolezza: certe volte le cose si fanno semplicemente per amore. In questo caso è amore per la città, per la memoria, per una eredità raccolta dalle mani di grandi uomini come Bartolommeo Capasso e Scipione Volpicella che non può essere cancellata. Claudio sorride pacioso. Anche lui ha la maglietta madida di sudore e cerca complicità: «Caldo vero? Però ne vale la pena». Conosce tutti i segreti delle torri, anche lui, come tutti gli altri è un volontario. Lui, però, è entrato qui dentro dalla porta degli «ospiti». Quando vennero raccolti i documenti e le memorie di Eduardo De Filippo nel San Ferdinando, non si sapeva dove custodirli. Il materiale trovò spazio nelle sale della Società di Storia Patria e Claudio ne ha sempre curato la gestione: accarezza il copione originale di Napoli Milionaria, mostra con orgoglio il cartellone di Filumena Marturano scritto in cirillico, racconta pezzo per pezzo tutto quel che c'è li dentro «ma ogni singolo volume che viene conservato dalla società è un brandello di storia che va tutelato. Tutto, non solo il fondo De Filippo». Il cuore ha prevalso sulla logica. Avremmo dovuto raccontare degli oltre 350mila volumi stampati, delle pergamene, dei periodici, dei manoscritti, delle stampe e dei disegni. Avremmo dovuto presentare gli oltre venti fondi speciali ereditati da Capasso, Giustino Fortunato, Galasso, Pansini, Volpicella, ma non avremmo potuto spiegarvi che a vegliare su quei tesori ci sono angeli travestiti da volontari: non hanno nulla in cambio, sudano, si stancano, lavorano sodo. Ma sorridono: «Lo facciamo per Napoli».