BERLINO La nostra cultura all'estero riparte dalla Germania. E affida le sue sorti a «Palazzo Italia», prototipo di molti altri simili, destinati a Mosca. Pechino, New York. Di che si tratta? Di una sede nuova di zecca sul viale Unter den Linden, a due passi dalla porta di Brandeburgo. Qui tra un anno e mezzo, dopo il restauro, sorgerà in stile rinascimentale il primo, ambizioso «sportello unico del made in Italy», destinato a ospitare contemporaneamente mostre, rappresentazioni, eventi culturali e commerciali. Un progetto pilota per gli altri «Palazzi Italia» già programmati nel resto del mondo. Una riscossa annunciata dalla discesa in campo della Fiera di Milano e della finanziaria statale Simest, con l'appoggio del ministero degli Esteri: hanno costituito una società e acquisito l'intero stabile sul celebre viale berlinese, nella nuova sede si metterà alla prova il progetto di collaborazione tra Istituto italiano di cultura in Germania e Confindustria. Il disegno del resto è lì a provare che non si tratta di un sogno: suggestivo e spettacolare, quanto basta per imporsi all'immaginazione del pubblico tedesco. Ma anche rispettoso della storia: le parti distrutte dai bombardamenti negli anni Quaranta saranno ricreate in vetro e inserite nella struttura, con rimandi tra passato e presente. E così, con questo taglio avveniristico, l'Italia si prepara a celebrare nel 2005 il cinquantesimo anniversario del trattato italo-tedesco, che regolamentava l'impiego dei lavoratori italiani per la ricostruzione in Germania. L'obiettivo era stato, allora, quello di regolare l'afflusso degli emigranti in modo che non fosse indiscriminato e caotico, ma ripartito per aree di attività e settori geografici. Erano anni epici. I nostri lavoratori si concentravano al binario numero 11 della stazione di Monaco, dopo aver viaggiato la notte e il giorno precedente lungo la linea del Brennero. E di là, afferrando le loro mitiche valigie chiuse con lo spago, frastornati dai chilometri che già li separavano da casa (in Sicilia, in Puglia o nel Veneto), gli emigranti si issavano in carrozza per affrontare l'ultimo tratto verso l'ignoto: Wolfsburg, per la Volkswagen, Stoccarda per la Mercedes, il bacino della Ruhr per la chimica e la siderurgia. Oppure, i più fortunati, si fermavano a Monaco con la Bmw quando non si spostavano di cittadina in cittadina come muratori. E Berlino? In quegli anni l'ex capitale appariva lontana, semidistrutta, rinserrata all'interno di uno Stato ostile, l'inaccessibile Ddr. Pochi lasciavano il nostro Paese per trovare lavoro e stabilirsi nell'ex capitale, e pochi sono ancor oggi: non più di 16 mila su un totale di 600 mila residenti in Germania, la più grande comunità italiana all'estero dotata di passaporto. Nel frattempo sono sparite le valigie di cartone, l'ignoto si è trasformato quasi in cortile domestico, e nonostante l'evidente freddezza di gran parte della stampa e degli intellettuali tedeschi verso il governo italiano in carica, i nostri lavoratori hanno salito molti gradini nella scala del prestigio. Potrebbero essere loro, dunque, gli italiani di Germania, i naturali ambasciatori della nostra cultura, e della lingua di Dante, in un momento di forte competizione internazionale. Sfida ambiziosa, che deve tener conto anzitutto della particolare mentalità berlinese, portata all'anticonformismo, a un gusto per l'eccesso e la trasgressione, e quindi incline ad apprezzare la provocazione culturale, e in genere tutto quel che sa di avanguardia. Ma l'Italia è anche altro: e allora si deve diversificare l'offerta. Così si muove Renato Cristin, filosofo husserliano, da meno di un anno nominato «per chiara fama» alla direzione dell'Istituto di cultura di Berlino, con funzioni di coordinamento per la Germania. Da un lato puntando su avanguardia e sperimentazione, come di recente con la mostra di Fabrizio Plessi: la sua «flotta di Berlino» fatta di barche pendenti dal soffitto, con video di color rosso fuoco installati dentro alle chiglie, in un'aura di visionarietà veneziana, ha colpito nel segno. Dall'altro, promuovendo grandi eventi in cui i due Paesi possano identificarsi: ed ecco le tre settimane dedicate a De Gasperi nel cinquantenario della morte, accostato ad Adenauer come padre fondatore dell'Europa. «C'è spazio per artisti e i politici, ma anche per stilisti, cuochi, designer, musicisti spiega Renato Cristin però quel che conta davvero è l'idea di una forte identità italiana, qualcosa di cui si possa essere orgogliosi e in cui ci si possa identificare». Il motto insomma, è: convinciamo e motiviamo anzitutto il popolo degli italiani di Germania, quindi bussiamo con più forza alle porte tedesche. Ecco perché l'Istituto di cultura allarga il ventaglio delle offerte: alcune di taglio popolare, come una rassegna di cucina italiana selezionata da Edoardo Raspelli o gli incontri sulla musica leggera e lo spettacolo affidati a Mogol e, più avanti, ad Arbore; altre molto impegnative, come la mostra su Matteo Ricci, il celebre padre gesuita che a cavallo del XVI e XVII secolo introdusse la cultura europea alla corte dei Ming, che si aprirà in febbraio a Roma, al Vittoriano, per approdare dopo qualche mese a Berlino. E qui sta la scommessa: affermare l'idea di una cultura italiana legata al mondo del lavoro, in cui le imprese non solo sponsorizzino, ma partecipino alla realizzazione di un evento. Così, il prossimo anno è prevista a Berlino una mostra sul design automobilistico, sostenuta dalla Fiat, e l'istituzione del premio letterario Campiello Germania, filiazione diretta di quello italiano voluto dagli industriali Veneti. Come il fratello maggiore, il Campiello Germania selezionerà una cinquina fra le opere tradotte in tedesco e pubblicate negli ultimi due anni, riservando riconoscimenti speciali agli editori e ai traduttori germanici. E meno male che si corre ai ripari, perché in campo editoriale tira una brutta aria: in pochi anni sono diminuite le traduzioni di opere italiane in tedesco. Resistono, certo, le corazzate chiamate Eco, Magris o Camilleri, ma gli altri autori hanno vita difficile. «Certo esiste una crisi del mercato editoriale in Germania, spiega il direttore perché anche qui si legge di meno e le sovvenzioni per chi traduce sono diminuite. Ma bisogna anche prendere atto di una recessione tutta italiana». E intanto suonano altri campanelli d'allarme: calano gli studenti di italianistica (ancora intorno ai 200 mila nelle università, ma appena 45 mila nelle scuole inferiori), si contraggono anche le cattedre (del 10 per cento in pochi anni), si registra il sorpasso spagnolo ormai avvenuto e l'avanzata russa nell'insegnamento della lingua. La riscossa partirà da Berlino? Per riuscire, bisognerà scrollarsi di dosso un handicap. L'Istituto di cultura oggi è ospitato all'interno della monumentale, risorta ambasciata voluta da Hitler come dono al Paese alleato dell'Asse e progettata nel '38 da un allievo dell'architetto Speer. Poi abbandonata per decenni e inaugurata solennemente l'anno scorso alla presenza di Ciampi. Ma proprio perché confinata in una zona diplomatica poco frequentata dai berlinesi, lontana dai centri commerciali e dai ritrovi, non riesce a competere con le sedi centralissime, e sfavillanti, del Centre Francois o del Cervantes. E' il momento di reagire, con il «Palazzo Italia» e tutto il resto. Il mondo degli Istituti italiani di cultura, adesso, guarda a Berlino.