Catania. E' assurdo, ma è così: Catania non ha un museo archeologico, ed è l'unico capoluogo di provincia, in Sicilia, ad esserne privo. C'è stata una forte resistenza a realizzarlo negli anni passati, quando si sarebbe potuto attingere a fondi cospicui, e ora che infine è stata individuata una sede adatta c'è il rischio che il progetto rimanga sulla carta per mancanza di risorse. Quando, dieci anni addietro, si decise di dotare Catania di un museo archeologico fu individuata come sede quella del carcere borbonico, in piazza Pietro Lupo, dove hanno sede alcuni uffici della questura. Una scelta avventata perché non era facile spostare altrove la polizia - infatti è rimasta dov'era - e perché la struttura è poco adatta allo scopo essendo articolata in piccole celle che si affacciano su un corridoio. Così, quando l'Ente Tabacchi italiano (Eti), di proprietà del Tesoro, decise di chiudere la sede catanese della Manifattura Tabacchi, e l'allora direttrice della sezione archelogica della sovrintendenza di Catania Maria Grazia Branciforti la propose come sede del museo archeologico, tutti furono d'accordo. In orgine la struttura era il quartire militare borbonico costruito, su progetto dell'architetto Zara Buda, dopo i moti rivoluzionari del 1821. Il prospetto principale dava su via Garibaldi e l'edificio aveva uno sviluppo su tre lati. Con l'Unità d'Italia, per dare un segno di discontinuità, fu adibito a industria dei tabacchi e, nei primi del Novecento, il cortile fu chiuso e fu costruito un altro corpo uguale e speculare al primo, con ingresso su piazza San Cristoforo. Uno dei primi esempi di costruizioni in cemento armato dell'epoca. Ancora negli anni '50 sono stati costruiti nuovi corpi a servizio della Manifattura mentre il cortile interno originario, prima piazza d'armi, è stato deturpato con numerose superfetazioni: vasche di raccolta, una grande ciminiera e capannoni per le macchine industriali. Ma la struttura, articolata in grandi camerate e cortili, si presta bene ad ospitare un museo. Qualche anno addietro la Regione ha acquistato l'edifico e ne vincolato la parte storica, tutt'ora nella disponibilità della sovrintendenza che ha trasferito al costituendo Museo archeologico soltanto una minima parte e cioè la sala da qualche anno adibita ad esposizioni e alcune stanze oggi ristrutturate per ospitare gli uffici. L'ipotesi originaria della Branciforti prevedeva che al piano terra fossero realizzati gli spazi espositivi, mentre al primo piano gli uffici, i laboratori e la caffetteria. Il museo archeologico di Catania, infatti, è pensato come la conclusione della visita ai vicini monumenti archeologici e come luogo che racconta la storia degli insediamenti umani nel territorio etneo, dall'età preistorica, e dunque dall'uso delle grotte di scorrimento lavico, alla colonizzazione greca e agli scontri tra colonie fino all'epoca imperiale romana, quando Catania divenne punto di rifermento di tutto il territorio, e poi ancora all'epoca cristiana e bizantina fino al medievo. Il museo dovrebbe esporre i ritrovamenti fatti sul territorio, dunque è altra cosa rispetto alla collezioni settecentesche che fanno parte del museo civico di Castello Ursino i cui «pezzi» hanno varie provenienze e sono avulsi dal contesto storico-geologico del territorio. Il problema, non di poco conto, è che il progetto di restauro e rifunzionalizzazione dell'ex Manifattura Tabacchi prevede costi enormi che vanno dai 18 ai 23 milioni. Somme che si sarebbero potute ottenere in passato, concorrendo ai fondi europei quali Agenda 2000, ma che è altamente improbabile che vengano finanziate adesso, nell'ambito del Po-Fers, che, avviato dalla Regione con grande ritardo, potrà contare, per i meccanismi imposti dall'Unione europea, su somme di gran lunga inferiori a quelle teoricamente previste. Impensabile che si voglia finanziare un solo intervento in tutta la Regione, dal momento che la realizzazione del Museo archeologico prosciugherebbe buona parte del budget disponibile. Per questo il neodirigente del Museo archeologico, l'archeologo Francesco Privitera, ha presentato anche un progetto ben più limitato, per un ammontare di circa 600.000 euro grazie ai quali potrà affrontare le necessità più urgenti dell'oggi e cioè la disponibilità di almeno un'altra grande stanza per esposizioni e conferenze, nuovi servizi igienici, la liberazione e l'uso del cortile interno. Prevista, attraverso altre risorse comunitarie, anche la realizzazione di un laboratorio di restauro archeologico di ceramiche, marmi e bronzi, utile per i pezzi del museo e a servizio di tutta la sovrintendenza e dei parchi archeologici del territorio. In attesa di realizzare il museo, intanto, sarebbe necessario procedere alla catalogazione dei pezzi e al loro restauro, ma i pezzi non sono stati ancora assegnati, se non in linea di massima, perché devono essere distribuiti tra i vari parchi archeologici, e, comunque, non sono stati trasferiti per cui, nel breve periodo, si procederà come si è fatto negli ultimi anni, anche se con una più ricca programmazione, e cioè con mostre a tema. Sono già in calendario, per settembre, la mostra «Catania dal 1870 al 1940. Cultura, memoria, tutela» che racconterà, a partire dall'Unità d'Italia, le strutture preposte alla tutela, le vicende urbanistiche, le scelte nel campo dell'archeologia e le scoperte di quelli anni. A dicembre, invece, è in programma la mostra «Catania greca» nella quale sarà esposta, tra l'altro, la «stipe votiva» ritrovata in piazza San Francesco, cioè l'insieme degli ex voto interrati nelle immediate vicinanze del tempio greco che si alzava dove ora sorge la chiesa. Eccezionale ritrovamente archeologico finora mai esposto per intero. A breve, se la Regione metterà a disposizione del costituendo museo ulteriori spazi - e magari il miliardo di vecchie lire stanziato e mai speso per l'allestimento alla caserma di piazza Pietro Lupo - potrebbe essere trasferito alla Manifattura, restaurato ed esposto in modo permanente, il mosaico di una basilichetta bizantina ritrovata in via Dottor Consoli, pavimento strappato e ricomposto a Castello Ursino da dove è stato tagliato e portato via, prima dell'ultimo, importante, intervento di restauro. 20072011