Il nuovo record dell'esposizione alla Mole di Torino, dove la storia del cinema si può quasi toccare DOMANI Ingresso gratuito per festeggiare il traguardo NEL 2004 Davide Ferrario ha girato qui il film «Dopo mezzanotte» TORINO. Festeggia, bizzarro, gli 11 anni di vita alla Mole il Museo del Cinema. Oltre mezzo milione di visitatori l'anno per un totale (raggiunto lo scorso weekend) di 5 milioni di biglietti staccati, una celebrazione in film («Dopo mezzanotte» di Davide Ferrario) e innamoramento quasi unanime di chi vi entra. Ma per diventare il più bel museo al mondo di cinema, e sicuramente uno dei più originali (ha per esempio il record planetario di sviluppo in altezza), è stato necessario miscelare un'alchimia di tante anime. Come noto, la fondatrice leggendaria fu Maria Adriana Prolo, che iniziò a cercare materiali fin dagli Anni Trenta con l'ardore della rigattiera e l'accuratezza della filologa. Amica di registi e di cinefili, raccolse lanterne magiche, fotografie, macchine, manifesti, scritti, qualsiasi cosa olezzasse di cinema. L'idea di esporre la collezione germogliò negli Anni Quaranta, ma il primo Museo del cinema nacque a Palazzo Chiablese solo nel '58. E chi lo frequentava allora, studenti, appassionati e soprattutto singolari vampiri di immagini, ricorda un luogo assai diverso da oggi, con sale polverose, legni che sapevano d'antico. Tutto sembrava esoterico, compreso il leggendario bibliotecario (Radicati) che conosceva a memoria le collocazioni di ogni minimo foglio. Era un museo magnifico, ma per pochi, pochissimi, e pensava soprattutto a salvare dall'oblio e dal macero i prodotti di un'arte ancora ritenuta minore. Nel primo nucleo del Museo, e qui la storia è meno nota, oltre al regista Pastrone, al critico Gromo e a vari personaggi del mestiere, c'era un esercente torinese, Giordano Bruno Ventavoli (aveva la carica di vicepresidente e per chiarezza del lettore era il nonno di chi scrive). Era nato in Toscana, a Monsummano, lo stesso paese di Ivo Livi, in arte Yves Montand. Migrò a Torino ragazzo per lavorare da operaio e, figlio di un deputato socialista che credeva nella giustizia sociale e nella cultura, conservò in casa per l'intera vita i meravigliosi volumetti delle editrici sociali che all'inizio del secolo breve volevano far leggere Voltaire o Jack London anche ai proletari. Ventavoli si innamorò del cinema e costruì un picco- lo impero di seconde, terze visioni, che furono (anche qui, come nei libricini) la vera fucina dei sogni popolari, prima di essere pugnalati a morte dalle nascenti tv private negli Anni Settanta. Ventavoli aveva imparato a conoscere il cinema dal basso, nelle platee che allora si colmavano di fumo e di stupore, staccava biglietti, e guardava in faccia gli spettatori. Quando si trattò di aprire il Museo, volle che fosse qualcosa di spettacolare, s'impuntava nelle riunioni con la petrosa Prolo per avere luci, colori, effetti speciali. Aveva in mente le masse, non solo le sette di cinefili. «Meno carte negli archivi e più statue di cera della Garbo in mostra», chiedeva alla Prolo. Ma perse il braccio di ferro in uno scontro allora memorabile, oggi completamente dimenticato. Lei scrisse persino all'amico Langlois, il fondatore della Cinémathèque, una lettera sdegnata (siamo nel 1961) per lamentarsi di quanto fosse difficile costruire musei del cinema se c'erano di mezzo gli impresari del cinema. Qualche decennio dopo, la storia ha dato ragione anche a Ventavoli. Oltre agli appunti di Ejzenstein, servono (e piacciono) i simulacri giganti di Cabiria, le gonne di Marilyn, i mostri di Rambaldi. Per inventare il più bel museo di cinema al mondo serviva però un altro ingrediente. La Mole, unica, fantastica, nel cui ventre lo scenografo Francois Confino ha moltiplicato gli itinerari di visita. Antonelli, come tutti i geni, la costruì sfidando le leggi della statica e il buonsenso dell'epoca. Doveva essere una sinagoga, ma quando la comunità ebraica si rese conto che l'architetto voleva arrampicarsi fin nel cielo con quel monumento, il più alto del mondo in muratura, preferì restare coni piedi per terra, e fece retromarcia, spaventata dai costi, forse dall'ambizione dell'impresa. Il tempio finì da un'altra parte. Antonelli morì prima che l'opera fosse finita, e la Mole, inaugurata nel 1889, fu dedicata al Re. Negli Anni Cinquanta ospitò per caso parte delle collezioni Prolo. Divenne museo del cinema nel 2000, dopo lunghe e contorte discussioni. Scelta giusta. Audace. Meravigliosa. In sintonia con la sostanza che deve ospitare e forse con lo spirito dei padri fondatori di Hollywood. I primi tycoon, infatti, erano ebrei, molti ungheresi, quasi tutti dell'Est europeo. Avevano imparato a sognare nelle sinagoghe, prima di tradurre la fantasia in celluloide.