Il libro entra subito nel vivo con un duro attacco: "Il culto del passato non e mai stato tanto diffuso quanto oggi. Ma ormai è universalmente associato al disimpegno e al divertimento» Nel pamphlet di Tomaso Montanari, un excursus su fatti e misfatti originati dal cattivo utilizzo del nostro immenso patrimonio artistico. Fino al clamoroso sbaglio del «Cristo ligneo», attribuito per errore a Michelangelo Buonarroti Mentre i media italiani continuavano a tessere lodi, fu il «New York Times» a mettere in discussione che la statuetta fosse davvero un Michelangelo comprato dal ministero dei Beni culturali per oltre tre milioni di euro, il famoso Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo, di Michelangelo non è. Ormai ne sono convinti tutti. In termini legali viene definito un "incauto acquisto". L'errore compiuto ha molti padri e soprattutto è una «metafora perfetta del destino dell'arte del passato nella società italiana contemporanea». Un giovane studioso, Tomaso Montanari, nel dotto pamphlet A cosa serve Michelangelo?, edito Einaudi, analizza pezzo pezzo l'intera vicenda e fa le pulci a tutti: potere politico, religioso, media, studiosi, dirigenti ministeriali. Non c'è nessuno - secondo Montanari - che possa chiamarsi fuori. Ma quello che più interessa all'autore è mettere sotto accusa un andazzo ormai molto diffuso che ha ridotto la storia dell'arte a «una escort di lusso della vita pubblica». E il libro entra subito in argomento con un attacco bruciante: «Il culto dell'arte del passato non è mai stato tanto diffuso quanto oggi. Ma quale storia dell'arte è stata innalzata all'altare? E chi raccoglie davvero i frutti di questa venerazione: le masse di fedeli che sciamano nei templi o gli avidi sacerdoti che ne gestiscono i riti? A chi serve, a cosa serve, Michelangelo?». E ancora: «La storia dell'arte è ormai universalmente associata al disimpegno e al divertimento: sui giornali se ne parla per pubblicizzare gli eventi, all'università è ridotta a disciplina ausiliare della cosiddetta scienza del turismo, e nell'immaginario collettivo la si ritiene (nel migliore dei casi) un anestetico di lusso, cioè una via di fuga verso le cose belle che consentano di non pensare alla brutta realtà». È inusuale riportare una citazione tanto lunga. Ma ciò che è successo negli ultimi 10-15 anni non si potrebbe dire meglio. Tanto vale dunque usare le parole di Montanari. Tutto nasce - secondo il nostro autore - da un errore di tre specialisti, avallato da nomi di studiosi prestigiosissimi. Dunque - aggiungiamo noi - una cosa che può accadere: anche i migliori sbagliano. Come dimenticare il naufragio di uno storico dell'arte illustrissimo qual era Giulio Carlo Argan contro lo scoglio delle scultore di Modigliani? Nel catalogo della mostra fiorentina del 2004, in cui venne esposto il Crocifisso, di proprietà allora dell'antiquario Gallino, tre autorevoli accademici, Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi e Massimo Ferretti sostenevano che il Cristo era frutto della mano di Michelangelo. Lo facevano in modo diverso: qualcuno con sicurezza, altri non senza dubbi. Ma tutti e tre accreditavano quell'ipotesi. Addirittura, quella piccola scultura lignea fu accostata al David in marmo e alla Pietà vaticana. All'attribuzione aderirono anche Antonio Paolucci e Umberto Baldini.Un gruppo di personalità a cui era difficile non credere. Il Michelangelo - con tutti quei certificati di garanzia - cominciò a girare il mondo come una star hollywoodiana: non c'era chi non lo volesse. E mentre era in corso il trionfale tour, l'antiquario Gallino si dava da fare per ricavare il massimo: il Crocifissino era diventato un business. Iniziò una lunga trattativa con lo stato italiano e, nel novembre del 2008 - Bondi ministro - il direttore generale Roberto Cecchi fece una richiesta d'acquisto per 3 milioni e 250mila euro. Qualche giorno dopo l'affare era bello che concluso. Comportamento ineccepibile quello del ministero? Secondo Montanari no. Ma prima di arrivare a Bondi, c'è dell'altro. Ci sono i "peccati" del comitato scientifico che dette parere positivo ad aprire la trattativa (il parere non è vincolante), «purché avvenga a condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo». I suoi quattro componenti sono di assoluta qualità e la loro parola vale parecchio non solo istituzionalmente, ma anche sul piano culturale. Il diavolo però quando decide di metterci la coda, lo fa sino in fondo. Fra i "saggi" del comitato (Marisa Dalai Emiliani, Caterina Bon Valsassina, Carlo Bertelli e Orietta Rossi Pinelli, nominati da Rutelli) non ce n'è, infatti, nessuno che possa essere considerato uno specialista di scultura quattro-cinquecentesca. Avrebbero dovuto ascoltare il parere di superesperti? Può darsi, ma nel 2004 erano stati proprio tre superesperti ad attribuire il Cristo a Michelangelo. Certo che la statua fosse del Buonarroti non c'era uno straccio di carta a confermarlo. Ma le attribuzioni spesso sono legate solo all'occhio dello studioso. E molti occhi importanti sino ad allora avevano avallato che la statuetta era di Michelangelo. In dicembre, un Bondi trionfante decise di spettacolarizzare l'acquisto: convocò per il 12 una conferenza stampa all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, mobilitando così anche le massime gerarchie ecclesiastiche: il 13 l'avrebbe ammirata il Papa in persona. Un lancio, insomma, in grande stile con il ministro accompagnato dal direttore generale Cecchi, dalla proponente Cristina Acidini, dal direttore dei musei vaticani, Paolucci. E con due critici presenti che - si suppone - fossero d'accordo con l'operazione: Quintavalle e Sgarbi. Fu un colpo d'immagine straordinario. In Italia il 13 dicembre e i giorni immediatamente successivi diventò quella la notizia più importante. Del Crocifissino si parlava anche nei bar come di un gol di Totti. Lentamente la grande montatura cominciò a smontarsi. E, incredibile a dirsi, mentre i media italiani continuavano a intonare le lodi, toccò al New York Times mettere in discussione che la statuetta finita in tutti i Tg e sulle prime pagine della stampa fosse davvero un Michelangelo. Nessun dubbio invece trapelò sui giornali italiani. Scrissero Le Monde e El Pais dando spazio alle diverse opinioni sull'attribuzione. Criticarono inoltre l'operazione di propaganda ministeriale come eccessiva e strumentale. Da noi invece silenzio su tutto. Solo qualche articolo sulle pagine fiorentine di Repubblica e del Corriere della Sera. Sgarbi, che pure era presente alla conferenza stampa del 2008, batté un colpo: scrisse sul settimanale Oggi di non essere mai stato d'accordo con l'attribuzione a Michelangelo. E così dopo politici, dirigenti ministeriali, gerarchie ecclesiastiche, Montanari si scaglia anche contro media e studiosi. L'obiettivo di fondo - come si diceva - del pamphlet non è però solo l'operazione d'acquisto del Cristo ligneo, ma il bersaglio grosso del mercimonio che ormai si fa dell'arte, diventata spettacolo a buon mercato, fruizione e non ricerca, divertimento e non cultura: ormai quadri e sculture italiane girano per il mondo come ballerine. Ormai non si realizzano più mostre che nascano da studi approfonditi, che rileggano un autore o un periodo, o una corrente pittorica. Adesso si spedisce "il pezzo unico", il capolavoro "decontestualizzato". Oppure si costruisce una grande rassegna che dietro non ha null'altro che un'operazione politica o d'immagine. E niente di scientifico. Montanari è implacabile e forse in alcuni momenti anche ingiusto col suo bacchettare a destra e a manca. Ci sono nel suo libro degli eccessi e, per altro verso, alcune mancanze. Ma non c'è dubbio che la critica di fondo è giusta. Che l'enorme patrimonio artistico italiano non possa essere vissuto e usato solo come uno spot pubblicitario per agganciare gli industriali di chissà quale parte del mondo, o per celebrare un ministro, o anche peggio, è del tutto condivisibile. Montanari vede dietro questi comportamenti la «teoria del moto perpetuo del capolavoro», targata Mario Resca, manager di successo messo da Berlusconi al ministero, perché l'arte serva a fare buoni affari. Addio per sempre ai tempi in cui si discuteva se era il caso o no di far sbarcare in America la Pietà di Michelangelo o di spostare un Leonardo da Vinci. Adesso, si alimenta senza proferire verbo una sorta di"Disneyland mondiale". Ormai è tutto un fiorir di mostre in giro per l'Italia e per altri Paesi, spesso inutili e qualche volta dannose perché fuorvianti. L'altra faccia di questa medaglia è che ogni comunità locale rivendica per sé - perché lì è stato ritrovato - qualsiasi pezzo ritenuto pregiato ed esposto nel museo della città più vicina. A Perugia è stato tolto dall'Archeologico una splendida statua di Germanico e rispedita"in patria", ad Amelia, dove dimora triste e sola in tre stanzette tutte per lei. E perché gli amerini l'hanno rivoluta? Perché così - intorno alla scultura - sarebbe cresciuto un nuovo turismo. Nulla di tutto ciò naturalmente è avvenuto. È successo solo che chi va all'Archeologico di Perugia non ha più la possibilità di vedere il Germanico. La scelta demagogica di soddisfare la richiesta della comunità locale la fece il ministro Melandri. Così però si "smembrano" i musei. E poi c'è la teoria dell'uso del bene culturale come luogo per "eventi", dei cui eccessi giustamente Montanari si lamenta. Ma la cultura vissuta non come ricerca, ma come tempo libero non è un'invenzione né di Rutelli, né del centrodestra, ma di colui che all'epoca era considerato il golden boy di Botteghe Oscure: Veltroni, padre della riforma del ministero dei Beni culturali. Sull'argomento ha scritto parole definitive Salvatore Settis nel suo Italia Spa: «Già il nuovo nome riflette, volens nolens, l'idea che i beni di per sé sono ben poca cosa, se non dinamizzati nel contesto di attività; suggerisce che i musei sono meno importanti delle mostre, che il Colosseo è meglio con un po' di son et lumiére, che le piazze d'Italia sono belle se ospitano concerti e sfilate di moda». E ancora: «La legge istitutiva del nuovo ministero attribuiva al ministro dei Beni e delle attività culturali anche tutte le competenze sullo spettacolo e sullo sport. L'idea era di rimpolpare il magro carnet de bal: magro, s'intende, se avesse contenuto solo musei e monumenti». Settis ha compreso e fotografato alla perfezione da dove origina l'eventomania. È il veltronismo che "fonda" la cultura prét-à-porter. facilmente trangugiabile, vendibile e consumabile. Da allora, è stato un continuo scivolare giù per la china. Eppure, dovrà pur esserci un modo equilibrato di ammirare e di vivere il più grande patrimonio culturale del mondo?
Liberal
19 Luglio 2011
Senza arte né parte
GA
Gabriella Mecucci
Liberal
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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il Foglio · 21 Ott 2006
Styling doors. In Cina, India, Afghanistan, Iraq e Iran. Per i restauratori di casa nostra porte aperte in tutto il mondo. Lavorano ovunque, raramente in Italia
Liberal · 8 Mar 2012
A ciascuno la sua croce
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