Nel paradiso dello Zingaro, però, resta l'antica tonnara di San Vito che sta cadendo a pezzi Nostro inviato San Vito Lo Capo. Questa costa mozzafiato andrebbe vista soprattutto da qui, dal mare, per esempio da un gozzo spinto senza eccessi da un discreto 40 cavalli, che naviga lento, cullato sulle onde che riverberano luci, suggestioni, storie, miti e leggende. Un viaggio che consente anche di guardare da un'altra ottica quel che è e quel che può essere, partendo da quel che è stato, lo sviluppo che cresce tra San Vito Lo Capo e Scopello. Località da sogno e non indicate a caso o per comodità geografica, ma perché tra i due paesi, tra le torri normanne che stanno ancora lì e che hanno resistito ai secoli, al cemento, alle onde, all'usura e allo scempio strumentale cui l'uomo è sempre tentato, c'è quella Riserva dello Zingaro che è un patrimonio straordinario e anche un esempio di come, qualche volta, proprio le popolazioni locali possano essere più forti dell'idea che soltanto costruire e mettere mattoni su mattoni, e poi collegare quei mattoni con strisce d'asfalto che se ne fregano dell'ambiente, dei colori, dell'aria che respiriamo, possa portare benefici economici e far stare meglio. Basta partire dal porticciolo di San Vito, affrontare con calma la prima virata che ci porta sulla costa settentrionale dove il mare è blu e pulito anche a dispetto del Grecale che ha soffiato ieri, portando in giro un po' di schiuma, ed ecco che si presenta la prima delle Torri costruite dai Normanni per tenere a bada i Saraceni. Il viaggio è appena cominciato, la nostra guida, Riccardo (di cui raccontiamo accanto la storia emblematica di chi ha scelto il mare anziché i microchip, con tutto il rispetto per i secondi e per le tecnologie.), ci spiega che quella serie di edifici che si vedono, che sono in piena luce e hanno un colore rossastro, sono quelli che formavano l'antica tonnara di San Vito, la Tonnara del Secco, su cui sembra vigilare il Monte Monaco, cioè quello scoglio che sembra, appunto, un monaco a mani giunte. La tonnara, purtroppo, sta finendo di cadere a pezzi. Un peccato, per non dire un delitto, perché altre tonnare sono state recuperate, si possono visitare, sono quasi musei che raccontano una storia antica che è strettamente legata alla tradizione di questi luoghi e di questi mari e che hanno un cantore eccezionale, come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, nel presidente della Pro Loco sanvitese, Ninni Ravazza. La tonnara di San Vito, spiegano tanti, era la più bella, ma sarebbe stata colpita da una serie di accadimenti tutti negativi, qualche maledizione forse, eventi che per chi crede nelle leggende del mare, dei pesci e della pesca, avrebbero lasciato segni del destino crudeli, nefasti e indelebili. Se ci fermiamo alla leggenda, questa narra che il decadimento della tonnara, una delle più grandi e, soprattutto, una di quelle abitate non solo dai pescatori ma anche dalle loro famiglie, per questo composta da una serie di edifici, cominciò quando l'ultimo Rais sbagliò clamorosamente nel dare l'ordine di tirare su le reti nel momento sbagliato. Dentro non c'era la pesca tanto attesa e da quel momento la tonnara imboccò la via del tramonto. Per la verità, e qua siamo alla cronaca, nel settembre del 2006 la Valtur annunciò la realizzazione di quattro nuovi villaggi in Sicilia: Camarina nel Ragusano, Selinunte e quello di contrada Tre Fontane a Campobello di Mazara che comprendeva anche un nuovo sito a San Vito Lo Capo, dove la Valtur avrebbe ristrutturato, fu annunciato, proprio la vecchia tonnara. In tutto sarebbe dovuto venire fuori un villaggio su 31 ettari per 1100 posti letto. In particolare qui nella tonnara di San Vito lo Capo la Valtur avrebbe dovuto realizzare un resort da 100-120 camere, all'inizio si disse pure 300, in un contesto per metà tonnara (che sarebbe stato nel progetto la fabbrica di lavorazione dei tonni) e per metà residenza padronale con giardino botanico di pregio. Non se n'è fatto nulla, la Valtur ha incontrato una serie di ostacoli, progetti non condivisi, perplessità e dubbi sull'opportunità di intervenire in quell'edificio. E adesso, cinque anni dopo il primo annuncio, sia dal mare che da terra resta solo il ricordo di quel che fu, l'impressione e molto la desolazione per gli anni che passano e il degrado che avanza. Avanziamo anche noi, andando verso le calette della Riserva dove i turisti arrivano a centinaia per fare un bagno speciale. Sul sito web della riserva c'è una spiegazione molto precisa che dice che queste calette sono "tutte ciottolose e viste dal mare hanno l'aspetto di nicchie più chiare incavate sul fianco delle muraglie dolomitiche. Entrando da Sud versante Scopello e andando verso Nord prendono il nome di Cala della Capreria, Cala del Varo (raggiungibile via mare), Cala della Disa o Zingaro, Cala Beretta, Cala Marinella, Cala Torre dell'Uzzo il cui substrato calcareo esalta la trasparenza dell'acqua proprio come un ambiente tropicale. E in fine Tonnarella dell'Uzzo". Per noi che veniamo via mare da San Vito, dunque, la prima è Tonnarella dell'Uzzo, che è anche la più vicina all'ingresso della Riserva e, perciò, una delle più frequentate. Ma niente folla, neanche qua. Per arrivarci i turisti, lasciata l'automobile all'ingresso della riserva, devono procedere a piedi per circa quindici minuti. Ma vale assolutamente la pena, perché Tonnarella Dell'Uzzo ha colori spettacolari, l'acqua blu che verso riva diventa verde smeraldo e basta un paio di occhialetti che ci facciano scendere sott'acqua per scoprire che quaggiù c'è anche un sacco di pesce. Caletta talmente spettacolare che sino a qualche giorno fa ci stavano girando l'ultimo spot di Dolce Gabbana, tanto per dire e se la cosa vi può ulteriormente impressionare, anche se non servirebbe. Sopra la Riserva, con una vegetazione spontanea mediterranea che regala qua e là palme nane, olivi e carrubi. Ad un certo punto un complesso di casette affacciate sul mare, il complesso turistico sorto qua a metà degli Anni '70, accanto ad un'altra torre Normanna, quella di Calampiso. Così chiamata perché quando beccavano i "sarracini" che cercavano di attaccare le coste, li portavano qua e, per l'appunto, li appendevano, impiccati, punto e basta. Quando nacque il villaggio, allora, si pensò che dovesse partire anche uno sviluppo progressivo del turismo nella zona costiera e, ben presto, l'idea fu, appunto, quella di costruire una bella strada che congiungesse Scopello con San Vito Lo Capo. Geniale, intuizione d'altri tempi, quelli del sacco delle città e delle campagne, delle montagne, delle pianure e delle spiagge. Fu allora che la popolazione locale si ribellò, quella popolazione fatta di contadini, agricoltori, 18072011