Mentre si discute su come reperire i soldi per salvarla, la Cattedrale di Agrigento rischia di crollare. È il simbolo di un passato «ferito», che accomuna anche una serie di siti degradati a Licata e l'area archeologica di Ravanusa. Ebbene sì. Lo ammettiamo: c'eravamo cascati in pieno. Per una tappa del nostro viaggio fra i «tesori nascosti» di Sicilia - nel quale abbiamo già raccontato decine di casi di degrado e di abusivismo - avevamo individuato il piccolo museo archeologico di Ravanusa come vittima sacrificale di un facile reportage di mezz'estate. Rassicurati dall'autorevolezza dei libri e delle testate nazionali (televisive e di carta stampata) che ne avevano già parlato decine di volte. E irretiti dai motori di ricerca che sul web ci fornivano risultati univoci. Ravanusa più museo... uguale: il sito degli scandali, un luogo famoso in tutt'Italia perché ha più custodi che visitatori («In un anno appena uno, che non ha nemmeno pagato il biglietto perché gli impiegati erano felici di vederlo...»), il simbolo della Sicilia mangiasoldi additato persino dalla magistratura contabile. Siamo andati a Ravanusa. E abbiamo scoperto che le cose non stanno così. Era una bufala mediatica assurta a verità: al museo i custodi sono tre precari comunali, 700 euro al mese per vigilanza e pulizia. Le presenze? Circa 7mila dal 2007 a oggi. Un trend minore (oltre mille ingressi l'anno) nell'area archeologica, che impiega 10 persone, «perché a prescindere dal numero di visitatori li dobbiamo mettere lì per legge», dice il sovrintendente di Agrigento. Magari non parliamo di folle oceaniche nell'ombelico dell'Isola e forse i custodi non s'ammazzeranno di lavoro. Ma questi numeri rientrano in un'ottica di fruizione pubblica dei beni minori. Dove le istituzioni possono anche non fare cassa, gestendo (con infiniti aspetti da migliorare) il personale che comunque avrebbero in carico. A Ravanusa il museo è piccolo ma bello. E gratuito. Come quel fango buttato sulla Sicilia. 17072011