«Qui non c'è posto» La Sovrintendenza trasferisce cimeli e arredi alla Villa Reale MILANO Non ci vanno solo i Ministeri, alla Villa Reale di Monza. Ci vanno anche gli arredi appartenuti agli appartamenti milanesi dei primi re d'Italia, e altri cimeli preziosi che restavano a prender polvere nei depositi, al massimo a far da tappezzeria alla Galleria d'arte moderna di via Palestro e a Palazzo Reale ormai convertito alle mostre. Chiariamo: non vanno nelle sedi dei tre dicasteri annunciati da Calderoli (ammobiliate, con sommo sdegno della base leghista, a Catania), ma al Museo di Villa Reale. L'occasione è la mostra sulla regina Margherita di Savoia, inserita nelle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia, che apre il 12 settembre (ma un antipasto sarà già visibile al pubblico in agosto), in arrivo da Napoli. Riveduta e arricchita da nuovi pezzi che appartengono al Ministero dei Beni culturali, e la Sovrintendenza ai beni storici, artistici ed etnoantropologici da qualche giorno ha cominciato a trasferire nelle parti già restaurate dell'ex residenza asburgica, poi dei Savoia, sottraendoli al male endemico del patrimonio storico-artistico milanese: collezioni sterminate e spazio insufficiente per farle vedere. Così a Monza sono già arrivati una serie di vasi che erano in via Palestro, e, da Palazzo Reale, un salotto e il «trono di Napoleone», che si chiama ancora così anche se il condottiero non ci si è mai seduto. Là, potranno essere ammirati «prima della fine del restauro, che nei prossimi anni riguarderà il corpo centrale», spiega Pietro Petraroia, direttore del Consorzio perla gestione di Villa Reale. «Altri oggetti arriveranno nei prossimi mesi, stiamo lavorando con la Sovrintendenza». Anche per decidere quali, dopo la mostra, resteranno a Villa Reale. Del resto, ai milanesi e ai pellegrini del 150esimo è già abbastanza chiaro che una puntatina in Brianza è imprescindibile nel momento in cui, al Museo del Risorgimento di Palazzo Moriggia, si fermano alla vetrina che custodisce il corredo col quale Napoleone fu incoronato re d'Italia in Duomo a Milano, il 26 maggio 1805: c'è (nascosto nell'ombra) il manto, ci sono il bastone, lo scettro col leone di San Marco e la «mano della giustizia», c'è pure una corona in bronzo dorato e pietre, ma quella che il condottiero si calcò in testa è assente. Una didascalia informa che la leggendaria Corona ferrea è visitabile nella Cappella di Teodolinda del Museo e tesoro del Duomo di Monza. Una simbolo della storia d'Italia, sottolinea Petraroia, richiamato in più punti a Villa Reale ma anche nell'ornato dei caselli di Porta Nuova, a Milano. Che le tracce del Risorgimento milanese si sparpaglino tra la metropoli e la Brianza è un fatto, e non in sé un male secondo Stefano Zecchi, già assessore alla Cultura a Palazzo Marino. «Certo, si può sempre lavorare per rendere i percorsi più organici. Le proposte devono essere o di altissimo valore scientifico, o di alto livello didattico, cioè facilmente fruibili». Magari il centocinquantesimo avrebbe potuto rafforzare il collegamento. Per Petraroia siamo ancora in tempo: «Col settore Musei di Palazzo Marino stiamo ragionando sull'idea di portare a Villa Reale una piccola parte della collezione Cormio. E una biblioteca del legno in cui, negli anni '30, furono catalogate le essenze del parco. Ora si trova al Museo di Storia naturale di Milano». Ovviamente, in deposito. Milano. La seconda capitale dell'Impero di Guido Bandera I vip milanesi sono accorsi in massa a celebrare l'anniversario della rivoluzione francese. Ma non pare tengano troppo alla sua eredità. Cimeli napoleonici, arredi e meraviglie di quella che fu la seconda città dell'Impero (alla faccia di Venezia) dopo Parigi, emigrano in Brianza. D'accordo, dopo Napoleone vennero gli austriaci con un altro imperatore e infine i Savoia. Prima la restaurazione e poi il Risorgimento. Ma perché dobbiamo sempre ignorare la nostra storia? Perché non raccogliere queste memorie e trasformarle in un nuovo, grande museo?