Proposte per il progetto annunciato dal sindaco De Magistris Segnalo, come esempio, Peppe Barra e le sue preziosissime collezioni, frutto di una passione che gli è stata trasmessa dalla madre Concetta Nel secondo Novecento, in particolare dagli anni Settanta in poi, la vita culturale a Napoli e in Campania è stata segnata dall'interesse per le diverse testimonianze e manifestazioni dell'arte popolare, con il risultato di stimolare la ricerca dei molteplici linguaggi e la raccolta degli oggetti d'arte. Protagonisti come Roberto De Simone, Concetta e Peppe Barra, Annibale Ruccello, gli artisti della Nuova compagnia di canto popolare e di altre formazioni musicali, docenti universitari, giornalisti e studiosi hanno dato un contributo determinante per la conservazione e valorizzazione delle varie forme di espressione popolare. I materiali individualmente raccolti e in molti casi conservati in abitazioni private corrono il rischio del deperimento e della dispersione, se non si interviene con l'elaborazione progettuale e la realizzazione di un Museo delle Arti e tradizioni, di cui devono farsi carico le istituzioni politiche, dal Comune di Napoli alla Regione Campania, in sinergia con il ministero dei Beni Culturali. Questo grido di allarme, che è stato lanciato più volte negli ultimi decenni, si è levato anche dal Dipartimento di Filologia moderna dell'ateneo federiciano, particolarmente attento ai segni linguistici (orali, scritti o trascritti) delle arti e tradizioni popolari. Il lungo e colpevole silenzio della politica, talvolta misto a snobismo e derisione, finalmente è stato rotto dal nuovo sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il quale ha annunciato, nell'intervista a Mirella Armiero, che è pronto il progetto di un Museo delle Arti e tradizioni popolari affidato a Roberto De Simone, la figura più autorevole e più prestigiosa per la realizzazione del museo, e che è stata individuata la sede, il complesso di san Domenico Maggiore, così ricco di storia e di cultura, da evocare i nomi, tra gli altri, di san Tommaso d'Aquino e di Giordano Bruno. Le linee progettuali del Museo delle Arti e tradizioni popolari sono state delineate dallo stesso De Simone nell'intervista a Simona Brandolini, evidenziando il vero fulcro, la «religiosità, che è alla base della tradizione, basata non sul cattolicesimo ortodosso, quanto piuttosto sul cristianesimo popolare». Su questo punto fondamentale di appoggio De Simone fa leva, alla maniera di Archimede, per sollevare il mondo popolare di Napoli e della Campania dall'oblio alla memoria, dal deperimento alla conservazione, dalla dispersione alla raccolta. In un altro passaggio della stessa intervista, De Simone lascia intendere che il Museo di Arti e Tradizioni popolari sarà costituito essenzialmente dal suo archivio personale («voglio sia chiara una cosa: De Simone dona tutte le sue collezioni alla città, spoglia la sua casa. L'istituzione mette a disposizione il luogo»), con l'aggiunta di altri doni che in suo nome «molti amici» faranno «da tutte le province». Su questo punto, da una parte bisogna esprimere la profonda gratitudine a De Simone per la sua immensa generosità, dall'altra credo che sia opportuno avviare una riflessione sul progetto del museo per coinvolgere anche gli altri grandi ricercatori e conservatori della tradizione popolare, le cui collezioni potranno essere sistemate in sale attigue a quelle dedicate ai materiali di De Simone. Mi limito qui a segnalare, come esempio, Peppe Barra e le sue preziosissime collezioni, che sono il frutto di una passione, che gli è stata trasmessa dalla madre Concetta, e di una ricerca che ha sempre svolto. Così il museo non solo sarà la sede dove raccogliere ed esporre arti e tradizioni popolari, salvandole come moderna arca dal diluvio dell'oblio e della dispersione, ma offrirà al visitatore anche la galleria di quanti (De Simone, Concetta e Peppe Barra, e altri) nel secondo Novecento hanno contribuito alla ricerca e alla conservazione, entrando di diritto nel capitolo finale della storia delle arti e tradizioni, che potremmo intitolare, per rimanere sul fulcro della religiosità popolare, i moderni Noè. Inoltre, per entrare nel merito di altre questioni da affrontare, ritengo che il museo potrà svolgere significativamente le funzioni di: a) catalogazione multimediale ed esposizione dei prodotti d'arte popolare, che artisti, studiosi e appassionati hanno raccolto nel corso degli anni; b) archivio sonoro e audiovisivo (con le sezioni nastroteca e discoteca): ricerche sul campo, interviste, documentari, registrazione di concerti, balli e musica folklorica; b) galleria delle immagini (fototeca e film-videoteca sulle feste e tradizioni popolari); c) raccolta dei manoscritti (scritture popolari, copioni, lettere); d) biblioteca (leggende, fiabe, racconti e testi sulle tradizioni popolari), con catalogo consultabile online; e) centro per l'osservazione e lo studio dell'arte popolare, con promozione di seminari, convegni, lezioni, assegnazione di borse di studio e assegni di ricerca ai giovani che vogliono approfondire le varie tematiche, con rigore scientifico nella ricostruzione del passato e con la necessaria apertura verso il presente, nel tentativo, per dirla con De Simone, di «spiegare l'oggi».