Il Leonardo più bello è nascosto a Napoli A Londra il più ricco, nascosto a Napoli il più bello Milano. Appare sui giornali il Salvator Mundi attribuito a Leonardo. E l'immagine dell'opera, prima e dopo il restauro, solleva i pareri contrastanti degli studiosi. I blogger più dispettosi mettono a confronto i 200 milioni di dollari ipotizzati per la valutazione, cifra non proprio "popolare", con l'icona "molto pop", del genere "Gioconda fatta e rifatta dai pubblicitari". LA TAVOLA dipinta a olio appartiene a collezionisti commercianti americani, che dovrebbero farla esporre alla National Gallery di Londra, a novembre, per la mostra "Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milano". Dissente Carlo Pedretti, una vita dedicata al genio da Vinci: lo conosce così bene che saprebbe falsificarlo, ha ammesso, ma da lui ha imparato onestà e curiosità. Nel suo intervento su "L'Osservatore Romano", ha suggerito di non andare appresso a chimere, avvertendo: «C'è ancora ben altro in circolazione nel mercato dell'arte...». Un altro leonardesco Salvator Mundi, segnalato a Napoli, non circola però sul mercato. I proprietari, i religiosi di San Domenico Maggiore, se lo tengono ben stretto, in claustrale privacy. Spaventati per gli esiti della popolarità che la loro tavoletta si sarebbe conquistata dopo la pubblicazione di una foto in bianco e nero, in occasione della grande mostra napoletana su Leonardo curata da Vezzosi nel 1983, non ne concessero il prestito. E l'hanno fatta pure sparire dalla vista del pubblico nella cappella Muscettola. La riproduzione a colori è qui disponibile grazie a Nicola Barbatelli, direttore del Museo delle Antiche Genti di Lucania a Vaglio (Pz), da tempo sulle tracce di Leonardo nel Meridione d'Italia, dove s'intrecciano i rapporti tra gli Aragonesi di Napoli e gli Sforza di Milano. Ora osserva: «Con tutta l'attenzione rivolta al Salvator Mundi di New York, al suo ipotetico valore economico tanto reclamato dalla stampa americana, non sembra esserci spazio per discutere della tavola partenopea, o per confrontare i due modelli». SECONDO Barbatelli, il riconoscimento della «splendida» tavoletta napoletana «tra i più autorevoli lavori del catalogo dei leonardeschi» è attestato non solo «dal puntuale riferimento di taluni dettagli alla nota serie di varianti ancora cinquecentesche». Il globo di cristallo in mano, i voluttuosi boccoli sulle spalle, il panneggio, infatti, rimandano alla circolazione dei "cartoni", ai quali i pittori coevi e successivi dovettero ispirarsi. Ma in questo caso, «la resa del volto, con la squisita dolcezza delle linee fisiognomiche, le mani accarezzate dallo sfumato, le linee dorate del panneggio, conferiscono una dignità artistica raramente rintracciabile nella nutrita produzione di scuola leonardesca». LA FORTUNA iconografica del Salvator Mundi benedicente, dall'eventuale prototipo perduto (o ritrovato?) di Leonardo, è documentata in varie copie. Che complicano il problema dell'attribuzione. Nella bella versione ereditata dai marchesi De Ganay, la più prossima alla stampa di Wenzel Hollar del 1650 dove si precisa "secundum originale", qualcuno ha scorto affinità con la mano di Marco d'Oggiono, altri con Salaino. A Barbatelli, il Cristo mezzo busto, «acquistato probabilmente da Muscettola, consigliere di Carlo V, e menzionato nel 1666 nella chiesa di San Domenico», fa venire in mente lo stile della Sacra Famiglia di Cesare Da Sesto conservata all'Ermitage (in mostra a Pavia fino a pochi giorni fa). MA, QUANDO c'è di mezzo Leonardo, la pertinenza argomentativa non esclude la magia, come avvisa il prof Pedretti: «C'è qualcosa di irriverente, quasi iconoclastico nell'immagine del Salvator Mundi col globo in mano. Emerge dal buio dello sfondo con lo sguardo fisso di un prestigiatore che si dispone a fare il suo trucco». Un maestro, insomma, si riconosce anche dalla capacità di giocare.