Forse è la volta buona. Il progetto della Grande Brera potrebbe finalmente partire. Prima l'autocandidatura di Letizia Monatti a guidare una cordata di privati per sostenere la pinacoteca e il campus dell'Accademia; poi la decisione dell'assessore Stefano Boeri e del commissario Mario Resca di affidare al Politecnico uno studio di fattibilità; e ancora la proposta di Giangiacomo Schiavi di indire un concorso internazionale. La necessità aguzza l'ingegno, è il caso di aggiungere. La scarsità di risorse pubbliche e una nuova consapevolezza porteranno al miracolo? Da molto tempo sosteniamo, su questa pagina, che proprio la cultura può essere il motore per costruire una nuova Milano. Tutto bene, allora? Non esattamente. L'entusiasmo non deve allontanarci dalla realtà. Per quale motivo gruppi privati italiani e stranieri dovrebbero essere attratti da un museo «impastato» di burocrazia, che non riesce a raggiungere i trecentomila visitatori all'anno (mentre gli Uffizi ne contano un milione e mezzo), che non è in grado di comunicare né di far conoscere l'incredibile quantità di capolavori che conserva, e dove anche la semplice richiesta di un prolungamento dell'orario di apertura può rappresentare un problema insormontabile? Siamo tutti d'accordo sulle potenzialità della pinacoteca e sul fatto che le sue migliori credenziali siano le opere che vi sono esposte. Ma il rilancio di Brera e del suo intorno quella zona di Milano che abbiamo definito «quadrilatero della cultura» deve partire subito, per convincere i futuri investitori dell'opportunità di un intervento. Questa potrebbe essere finalmente l'occasione per eliminare alcune situazioni a dir poco assurde: il fatto che un museo statale non possa trattenere gli incassi, ma debba trasmetterli al Ministero del Tesoro, che gliene restituirà una parte (e con quali tempi?);l'impossibilità di emettere biglietti comuni e cumulativi per musei statali e comunali; la rigidità sugli orari di apertura; l'impossibilità di applicare nuovi sgravi fiscali per i privati che investono in cultura, sull'esempio di quanto accade in Europa, e in particolare in Francia. Senza la cancellazione - o almeno la modifica - di queste realtà, il progetto della Grande Brera rischia di rimanere nel libretto dei sogni. D'altra parte, il momento sembra favorevole: e se non si coglie l'occasione, probabilmente non si potrà fare mai più nulla. Nel frattempo, e subito, si cominci da interventi piccoli, ma concreti, per dare un segno di cambiamento: una gestione più manageriale della pinacoteca, orari di apertura flessibili, maggiore comunicazione; e anche perché no? l'apertura serale del cortile d'onore, con la presenza di un caffè, come è stato fatto, con successo, nel cortile del Piccolo Teatro Grassi in via Rovello. E si inizi a trovare una soluzione per emettere biglietti cumulativi per i musei del «quadrilatero della cultura»: Brera, Poldi Pezzoli, Museo del Risorgimento, Museo della Scala. Sarebbe un primo segno che, questa volta, si vuol fare sul serio.
Milano. La burocrazia che blocca Brera
Il progetto della Grande Brera potrebbe finalmente partire. Il Politecnico ha iniziato uno studio di fattibilità per il rilancio della pinacoteca e del campus dell'Accademia. Gruppi privati italiani e stranieri sono stati attratti da un museo che non raggiunge i trecentomila visitatori all'anno e non è in grado di comunicare le sue opere. Il rilancio della zona di Milano che definiamo quadrilatero della cultura deve partire subito per convincere i futuri investitori dell'opportunità di un intervento. Il progetto rischia di rimanere nel libretto dei sogni se non si coglie l'occasione.
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