Gela.La sensazione è quella di una bellezza stanca, che ha smesso di lottare. E s'è arresa. All'incuria, all'abbandono, al lento incedere del tempo. Ma soprattutto all'uomo. Che l'ha aggredita, violentata e mortificata, questa bellezza. A spasso per Gela, in cerca degli ultimi rantoli di un'antica civiltà immolata sull'altare della modernità selvaggia e senza regole. Cosicché per trovare i tesori - e ce ne sono a centinaia, d'inestimabile valore - bisogna rassegnarsi a una caccia disperata. Costretti a muoversi con circospezione fra parcheggi selvaggi, erbacce tropicali, rifiuti. E poi c'è l'aspetto dell'abusivismo edilizio, che ha fagocitato i resti del passato con una tale naturalezza che ormai i gelesi non si stupiscono più se le torri medievali sono spiaccicate ai palazzi con l'intonaco arancione o se dalle mura di cinta si ricavano garage. Il nostro "cicerone" è Nuccio Mulè, battagliero presidente dell'Archeoclub di Gela. Partiamo da piazza Calvario. È facile entrare dentro quello che fu il granaio del Palazzo Ducale. Ma poi bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi. «Nell'area del cortile - spiega Mulè - sono stati evidenziate, dall'altra parte, verso nord, due fasi riferibili ai periodi arcaico e classico». Restiamo fermi, anche per evitare di sprofondare in una delle cisterne ricoperte da un'alta vegetazione. E volgiamo lo sguardo verso l'alto, oscurati dal cemento. «È un palazzo degli anni 60 - certifica Mulè - costruito sui ruderi di una cinta muraria». Appena fuori notiamo un garage scavato nelle rocce medievali: «Non vi stupite - ci dice - perché fino agli anni 60 qui c'era pure la porta di una casa. E durante la demolizione del cosiddetto "muro della vergogna", nel 2008, il manovratore del mezzo, urtò i conci angolari della torre che in parte si dissestarono...». Scendiamo a mare. E Mulè addita il Bastione di Porta marina, un capolavoro architettonico del XII secolo con arco a sesto acuto. «L'hanno praticamente intonacato», sbotta. E l'altro arco è stato smontato per motivi di sicurezza e mai più rimontato: «Non si trovavano più i pezzi...». Percorrendo viale Mediterraneo scorgiamo altre due torri medievali: una adibita ad abitazione, l'altra cinta da altri palazzi in un'area a rischio crollo. Come per magia spunta uno dei "vicini di casa" delle torri. «Buongiorno, Catalano Salvatore sono. Che volete?». Sembra una brava persona. Gli chiediamo del perché e del per come di quella sua casa arancione e lui non fa una grinza: «Tutto a posto, tutto autorizzato dalla Soprintendenza, compreso l'intonaco». E poi ci depista indicando il mare: «Perché non fate un articolo sulla Conchiglia?». Che non è un sito archeologico, ma un luogo della memoria collettiva. «Era il lido più alla moda degli anni 50 e '60 - ci spiega un amico del signor Catalano Salvatore - e lì hanno cantato Nilla Pizzi, Claudio Villa e Little Tony». Oggi lo stabilimento è consumato dalla salsedine. Proprio come il vecchio pontile che incontriamo qualche decina di metri più avanti. «È un esempio di archeologia industriale marinara - racconta Mulè - in stato di abbandono». Risaliamo verso uno dei più preziosi tesori di Gela. L'ingresso dell'area archeologica di Capo Soprano è alquanto malconcio, ma il custode è gentile. Forse perché non è che ne veda spesso, di visitatori: 94 in tutto il 2009 e 13 nei primi quattro mesi del 2010, secondo i dati che l'Archeoclub ha pubblicato sul sito. Visitiamo l'esempio meglio conservato al mondo di architettura militare greca: le Mura Timoleontee, del IV secolo a.C. Una "piantagione" avvolge l'intera area, con arbusti alti anche più di cinque metri. E quelle pietre così preziose, che si sono perfettamente conservate, adesso sembrano abbandonate al loro destino, come gli attrezzi di ferro usati per gli scavi e rimasti lì dal 1948 e quindi essi stessi "reperti". «C'è anche un pericolo per la conservazione e per l'incolumità», suggerisce Mulè indicando i tiranti che sostengono la copertura, discostati dalla base. Il caldo e gli insetti ci consigliano di terminare la visita guidata. E rinunciamo anche alla tappa a Manfria, a una decina di chilometri dal centro. Dove avremmo visto una torre d'avvistamento cinquecentesca, ma soprattutto i resti di numerosi villaggi protostorici e di una necropoli paleocristiana. «Tutto in un contesto di abbandono e di abusivismo edilizio diffuso, che trova il suo culmine nelle villette autorizzate a Insinga, a due passi dalle necropoli». Basta così. E troviamo quasi consolatorie le parole di ottimismo di Salvatore Gueli, direttore del parco regionale archeologico-ambientale di Gela, con competenza su museo, acropoli, parco, e siti di Gela, Niscemi, Butera e Mazzarino. «Le nostre aree archeologiche sono aperte per l'intera giornata e fruibili. E anzi stiamo aumentando la possibilità di vivere questi beni: sono raddoppiate le tappe del Circuito del mito nel parco di Gela, sempre più aperto a iniziative di istituzioni, associazioni e club service. Certo, ci sono zone meglio tenute e altre meno, ma stiamo armonizzando tutto il sistema grazie anche a uno staff di dipendenti che lavorano con passione e spirito di abnegazione. La carenza di fondi? C'è qui come dappertutto, ma io non ridurrei tutto ai soldi. Se una cosa si vuole fare davvero, si fa...». Parole rassicuranti. Che però stridono con tutto quello che abbiamo visto con i nostri occhi. Ma le responsabilità vanno distribuite anche ad altri enti e ad altre epoche, risalendo di decenni. Eppure possiamo scavare quanto vogliamo: sarà difficile trovare i colpevoli. E ci rimarrà sempre quella domanda strozzata in gola: chi ha ucciso la bellezza, a Gela? 14072011
SICILIA - GELA. Capo Soprano: le mura greche dimenticate fra i rifiuti. E nelle torri medievali (a rischio crollo) case e garage
Nella città di Gela, in Sicilia, si trova un'area archeologica che risale al IV secolo a.C. e che comprende le Mura Timoleontee, un esempio meglio conservato al mondo di architettura militare greca. Tuttavia, l'area è stata gravemente danneggiata dall'abusivismo edilizio e dall'abbandono. Il presidente dell'Archeoclub di Gela, Nuccio Mulè, guidò una visita guidata attraverso l'area, mostrando i resti delle torri medievali e delle mura greche. Durante la visita, incontrarono anche un abitante di Gela che aveva costruito una casa arancione su un'antica torre medievale, senza ottenere le autorizzazioni necessarie.
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