Mancano i fondi.Negli Anni 90 l'unico intervento, poi nulla. Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli, attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde; deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate - un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli.[...] eravamo nell'ultimo angolo della Sicilia, ancora un po' di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano.[...] Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? È presto detto. Le caverne: immaginate una valletta, dentro la quale, compatta si sparge Scicli: senza periferia e case moderne; un po' fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallo-rosa, cadaverico; al centro la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti. Da questa vallata si diramano, tutte dalla stessa parte, altre tre piccole valli, dalle pareti quasi a picco, bianche di pietre: da lontano non si nota nulla: ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti; sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull'altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo. In cima alla valle centrale, Chiafura, c'è un castellaccio diroccato, e una vecchia chiesa, giallo-rosa, barocca, gesuitica, distrutta da un terremoto e piena di erba. Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto. Nella piazza affollata di uomini neri, solo uomini, stavano facendo un pazzesco girotondo alcune giardinette della Dc, urlando slogans in polemica dagli altoparlanti. [...] Visto così, da lontano e dall'alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppa intesa a succhiarne il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita: e l'ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e a amare. Quanto al resto, al ritmo intimo e quotidiano della vita, ben poca differenza mi pare ci sia con un paese ciociaro o magari piemontese. La storia italiana e quella siciliana, tutto sommato si equivalgono. C'è una sostanziale differenza tra i Savoia, i Papi e i Borboni? Qui, a una repressione certo più disperata e massiccia corrisponde ora un risveglio più stupefatto e clamoroso. Ed è questo ciò che ho visto a Scicli. [...] Pier Paolo Pasolini "Vie Nuove" n 22, Maggio 1959, pag. 29 11072011
SICILIA - Espropri e recupero? Non ci sono i soldi
Nel 1959, Pier Paolo Pasolini visitò Scicli, una città della Sicilia, e descrisse la sua esperienza in un articolo. Egli vide una città deserta e araba, con mucchi di case incolori e senza periferie. La città era circondata da caverne, un cimitero e un ospedale, e la strada principale era barocca. Pasolini descrisse anche la vita quotidiana della gente, che viveva in condizioni difficili e soffriva per la repressione e la povertà. Egli notò che la storia italiana e quella siciliana si equivalgono, e che la gente di Scicli era più unita e orgogliosa di quanto non fosse la classe dirigente.
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