Se qualcosa si muove sul rilancio di Brera è un buon segno. Se poi la prima mossa viene dall'ex sindaco che in questi anni ha assistito alla commedia delle parti tra ministri, direttori generali e sovrintendenti (tanto rumore per nulla) è doppiamente interessante. Vuol dire che Letizia Moratti ha ancora a cuore una questione irrisolta, sulla quale il Comune avrebbe dovuto far sentire di più la sua voce. E significa che a Milano si possono superare i vecchi schemi della politica, mettendo attorno al tavolo dei Beni culturali la destra e la sinistra per tirare fuori dalle secche un progetto atteso da almeno quarant'anni, bloccato da pasticci, burocrazie, veti incrociati e conflitti di competenze. C'è qualcuno disposto a scommettere sulla ristrutturazione di un grande polo muse-ale in vista dell'Expo?, ci chiedevamo da queste colonne una settimana fa. La risposta è arrivata: forse è ancora parziale, incompleta, tutta da verificare, ma certamente è degna di essere considerata una base di partenza per cominciare un nuovo percorso, in linea con gli Amici di Brera che da tempo auspicano la nascita di una Fondazione privata sul modello già sperimentato per il Museo egizio di Torino. Quel che mette sul piatto Letizia Moratti è il coinvolgimento di imprenditori privati, mecenati, grandi famiglie, cordate internazionali, che vedono nell'arte e nella cultura un settore importante nel quale investire, aspettandosi naturalmente qualche ritorno. Senza di loro, lo ha già detto evitando i giri di parole il ministro dei Beni culturali Galan, oggi non si va da nessuna parte. E allora è giusto che anche il ministro scenda subito in campo e faccia la sua parte, con il Comune e l'assessore alla Cultura, Stefano Boeri. Per la Grande Brera bisogna ripartire dai fondamentali. Ridefinire un progetto. Quantificare gli spazi. Calcolare i costi. Garantire equilibrio tra i vari ambiti. Traslocare l'Accademia di Belle Arti. Trovare i fondi per la sistemazione dell'ex caserma Mascheroni. Costituire una Fondazione con i privati. Fare un concorso internazionale. Garantire chiarezza e trasparenza nelle varie fasi del progetto. Allontanare i sospetti che già affiorano: perché l'ex sindaco scende in campo solo oggi? Chi sono i finanziatori occulti? Quali speculazioni si nascondono su Brera e sull'area dell'ex caserma? È bene giocare a carte scoperte, senza autolesionismi. Sapendo che solo ripulendola dalle vecchie ragnatele Brera potrà diventare quel che è giusto che sia: un gioiello nel cuore artistico di Milano, la tappa finale di quel percorso d'arte che ha un vero e proprio Louvre in poche centinaia di metri. In un Paese normale basterebbero tre o quattro anni per fare tutto, in tempo per l'Expo 2015. In Italia questo sarebbe un miracolo. Brera vale questo miracolo.