Al museo non c'è traccia anche di un G. Reni e di un mazzo di carte del XVI sec. Alcuni quadri custoditi nei depositi del castello Giuseppe Bonaccorsi Chi non rispetta la propria storia non ha futuro. Il caso dei tesori del castello Ursino, rimasti per quasi 30 anni nei sotterranei e oggetto nel passato di continue spoliazioni di opere che noi comuni mortali non vedremo mai più, è il segno tangibile della strafottenza (per non dire altro) di alcuni esponenti che ci hanno amministrato nei decenni scorsi. Oggi c'è maggiore attenzione e gli uffici preposti, dopo la denuncia nel 2007 dell'ex assessore alla Cultura Silvana Grasso e la conseguente apertura di una indagine della magistratura, finalmente hanno anche un archivio dettagliato e attendibile di quanto è custodito nel castello, grazie a un meticoloso lavoro dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale e della sovrintendenza. Il sostituto procuratore Angelo Busacca che indaga sui misteri del castello su input del procuratore Michelangelo Patanè ha inscritto nel registro degli indagati tre persone che a vario titolo hanno avuto a che fare col castello. Il reato ipotizzato è l'ex articolo 733 del codice penale, danneggiamento di patrimonio artistico. Archiviata la prima fase dell'indagine e disposto anche il dissequestro di centinaia di pezzi, il dott. Busacca si accinge ad avviare la seconda fase dell'inchiesta, attraverso l'avvio di riscontri negli uffici istituzionali dove alcune di queste opere che non risultano più al castello potrebbero essere finite e lì ancora custodite. Sarà un lavoro difficile, meticoloso perché come abbiamo già detto nei precedenti articoli le opere d'arte non riscontrate nel castello nei decenni di cattiva amministrazione sarebbero centinaia tra reperti archeologici (moltissimi i lapidei), vasellame, ceramiche medievali, statuette in bronzo, dipinti, armature e antichi fucili e spade e tra l'altro di molte di queste opere non ci sarebbe alcun riscontro fotografico. Tra queste opere «sparite» ci sono poi numerose statuette, bronzi e metalli (molte le ciotole), una pregevole statua di Apollo in bronzo, terracotte, smalti in miniature e persino un preziosissimo mazzo di carte del XVI secolo (sono i cosiddetti «tarocchi del castello»?) oltre a un consistente numero di fucili e bombarde dei quali non c'è più traccia. Ma i «pezzi forti» delle opere mancanti sono i quadri. I carabinieri del nucleo patrimonio nel dossier consegnato al magistrato avrebbero scritto di non aver trovato ricontro nei depositi del museo di un dipinto di La Spina raffigurante un vaso con fiori, di un olio su tela di N. Attanasio raffigurante un busto di donna, di un quadro di autore ignoto (olio su lavagna) che rappresenta una Sacra famiglia. Quest'ultimo dipinto in un primo tempo, secondo gli archivi, era risultato distrutto in un bombardamento del '43. Poi, invece, negli Anni Ottanta era rispuntato fuori. Oggi è nuovamente sparito. Mancanti dal castello anche un acquarello di Giarrizzo con oggetto piazza Duomo a Catania, un dipinto di D'Amico (ritratto di G. Libertini), un paesaggio campestre di Di Grazia, e altri due olii su tela di Attanasio, «Il processo» e «Ritratto di donna in costume ciociaro», quest'ultimo dipinto venne prestato negli Anni Settanta alla commissione regionale di controllo che nel '93 ne denunciò il furto. Inoltre nel rapporto dei carabinieri risulta che nel 1995, attraverso una denuncia, i quadri non più riscontrati nel castello erano 42. Oggi diversi sono stati individuati negli uffici cittadini, ma mancano ancora all'appello, tra gli altri, due «pezzi pregiatissimi» delle collezioni civiche: un Giudo Reni raffigurante una «figura seminuda» e un dipinto verosimilmente attribuito a Reimbrandt raffigurante «Un frate che tiene in mano una mazza». Su quest'ultima opera si sono espressi numerosi critici d'arte tra i quali anche Sgarbi che hanno messo in dubbio l'attribuzione del dipinto al pittore fiammingo considerandolo una copia. Fatto sta che del dipinto oggi non c'è più neanche l'ombra al tal punto che alcuni hanno messo in giro la diceria che non sia mai esistito. Invece il quadro esiste davvero e dagli archivi risulta donato nel 1946 al museo civico dall'allora baronessa Zappalà-Asmundo. Insomma il castello Ursino sin dai primi Anni Settanta e forse già prima è stato territorio di conquista di elementi che potremmo definire «tombaroli istituzionali» che attraverso una usanza abbastanza diffusa chiedevano frequentemente in prestito ai direttori del museo opere d'arte per abbellire le loro sedi. Opere che poi non sono tornate nel castello. Tra i primi a lanciare l'allarme fu nel 1972 il prof. Luigi Agnello, stimato docente universitario e allora direttore delle esposizioni civiche. L'usanza sarebbe andata avanti ancora per decenni «impoverendo» la collezione cittadina di opere d'arte di inestimabile valore, provocando anche un danno alla città che è stata privata di un patrimonio di tutti. Qualcuno pagherà per tutto questo? 10072011
SICILIA - Castello: ecco i quadri spariti L'inchiesta.
Il castello Ursino di Siracusa è stato oggetto di una lunga indagine sulla sparizione di opere d'arte nel corso degli anni. La denuncia dell'ex assessore alla Cultura Silvana Grasso nel 2007 ha portato a una maggiore attenzione e all'apertura di un archivio dettagliato. Il sostituto procuratore Angelo Busacca sta indagando sui misteri del castello e ha inscritto tre persone nel registro degli indagati. Le opere mancanti includono dipinti di artisti come La Spina, N. Attanasio e Giarrizzo, nonché reperti archeologici e oggetti di valore. Il castello era stato oggetto di spoliazioni di opere d'arte già negli anni '70, quando il prof.
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